L’arrivo di Saverio a Samara

 

Saverio è uno dei tre volontari europei che si trova attualmente a Samara per il progetto di volontariato “Let’s go active with Samara Waldorf
Kindergarten”, promosso e supportato dal Programma Erasmus+ dell’Unione Europea.

Una riflessione sul suo arrivo e la sua attuale permanenza.

Salve a tutti! Il mio nome è Saverio Barone e attualmente sono volontario presso l’asilo Waldorf Zjòrnyshko a Samara, Russia. Per chi non lo sapesse Samara è una delle maggiori città della Russia europea, che dal canto suo può vantare una popolazione di ben 1milione e mezzo di abitanti. La città è situata nella parte meridionale della Russia ed è collocata su una piccola penisoletta, che si affaccia sul fiume Volga. In questo breve (si spera) articolo cercherò di descrivere quella che è stata, fino a questo punto, la mia esperienza di volontariato in questo così lontano, ma allo stesso tempo vicino, luogo. Talmente lontano da trovarsi al di là del maestoso fiume Volga e allo stesso tempo così vicino a noi perché non a Samara, alla fine e che si dica quello si voglia, geograficamente ci troviamo ancora in Europa ( ne parlo in senso geografico non in senso politico). Prima di andare oltre e descrivere la mia esperienza, penso di dovermi presentare come si deve e descrivere nella maniera più rapida possibile chi sono.

Il mio nome già lo sapete, Saverio o Sasso per amici e parenti (e anche per i non italofoni, ebbene sì non so per quale motivo, ma ovunque vada nessuno riesce a pronunciare il mio nome, dunque per ovviare il problema, ogni qual volta che mi capita di dover abbandonare le italiche terre, lascio il mio nome nel cassetto del comodino vicino al mio letto per usare un diminutivo, che a quanto pare ovunque, sono in grado di pronunciare con una relativa facilità un po’ tutti quanti). Ho 25 anni, appena compiuti ( in realtà sono partito che ero ancora ventiquattrenne) e sono nato in una cittadina vicino Bari, Bitonto. Quando avevo 18 anni, dopo aver terminato gli studi presso il mio liceo (a Bitonto) ho vissuto per circa 10 mesi in Germania, a Berlino. Lì ho avuto la possibilità di migliorare notevolmente le mie capacità in tedesco (soprattutto, ma non solo tedesco!) e alla stesso tempo ebbi anche l’opportunità di fare la mia prima esperienza all’estero. Dopo questa prima esperienza berlinese tornai a casa per potermi iscrivere in università, presso la facoltà di lingue e letterature straniere a bari, dove scelsi come lingue curriculari tedesco e russo. Dopo il mio primo anno di università feci domanda per il progetto Erasmus Plus ed ebbi, ancora una volta, la possibilità di spendere ancora un anno della mia vita in Germania per affinare ancor di più le mie competenze in tedesco, per approfondire ancora di più le mie conoscenze sulla cultura tedesca dei giorni nostri (parafrasando: era una cosa davvero sublime pagare le Paul Haner solo 1,30 euro) e poi sì, perché no! Portarsi a casa qualche CFU. Dunque partii una seconda volta per la Germania, ma questa volta a Lipsia (stando alle parole dei tedeschi conosciuti in questa seconda esperienza: “una piccola Berlino con pochi stranieri). Una volta finito il mio Erasmus, ovviamente, sono tornato in Italia per terminare il mio corso di studi , ma… ma cosa ve lo dico a fare.. . Una volta tornato non sono riuscita a laurearmi in tempo e per circa tre anni sono caduto in un letargo, che poi ho chiamato “Letargo dell’intimità”. In questo periodo mi sentivo svuotato di tutte quelle caratteristiche e peculiarità che avevano fatto di me, fino a quel momento, la persona che ero. Le prime avvisaglie della “Primavera” le ho avute, quando mia sorella (anche lei, a suo tempo prese parte al progetto del Servizio volontario europeo) non mi mandò sulla chat di Facebook la descrizione di questo progetto in Russia. In Russia. Come ho già detto in università ho studiato tedesco e russo e questo progetto in Russia capitava proprio fagiolo. Era una possibilità più unica che rara. La possibilità di poter passare del tempo in questo paese così vicino, ma così lontano. Un luogo, a prima vista freddo e inospitale, ma in realtà col senno di poi, si è rivelato il luogo adatto per la mia “Primavera” dal “Letargo dell’intimità”.  Il progetto, a cui ho preso parte consiste in un volontariato presso uno degli asili Waldorf nella città di Samara e durante la mia permanenza a Samara presso l’asilo avrei dovuto partecipare alle attività con i bambini, aiutarli a socializzare tra loro, aiutarli a vestirsi e così via. In sostanza una specie di maestro d’asilo senza stipendio e disposto a prendersi cura dei bambini, affidati alle cure e alle attenzioni dell’asilo. Perfetto!

L’unico ostacolo era la laurea. Nell’arco di circa 5 o 6 mesi diedi circa 7 esami e sempre in questi mesi scrissi la mia tesi di laurea e alla fine riuscii a laurearmi. Inutile dire che durante quei mesi più uno zombie che un essere umano. Ma alla fine mi sono laureato, ero libero di partire. Ero libero di vivere questa esperienza in questo paese freddo oltre ogni immaginazione per noi mediterranei e libero di scoprire come “una terra così fredda possa dare alla luce persone così calde e ospitale”. Ci terrei a precisare, ovviamente, come in qualsiasi posto al mondo, ci sono persone più cordiali e persone meno cordiali. Nel caso della Russia, anzi della Russia al di fuori di Mosca e Pietrogrado (esatto sono uno di quei nostalgici, vecchi dentro, che preferiscono Pietrogrado al  posto di San Pietroburgo) si può gustare a fondo un’esperienza autenticamente russa, alla vecchia maniera e assaporare quella cordialità e quel calore, che ci si aspetterebbe da persone che abitano territori più temperati, ma con quella sfumatura tipicamente russa. Samara era lì dietro l’angolo, a portata di mano. Mi bastava solo allungare il braccio e aprire la mia mano per afferrarla. Con questo spirito ho aspettato la data della partenza e in questa attesa il tempo mi sembrò restringersi e così quell’attesa interminabile finì e senza nemmeno accorgermene mi sono trovato a dover salutare amici e parenti ( anche se per poco) per partire.

Il viaggio da Bari a Samara, così come altri viaggi, si è rivelato un viaggio della speranza, mi ci è voluta una giornata per arrivare a destinazione. Però, a onor del vero, ne  valsa pena. Quando sono atterrato all’aereoporto di Samara era ancora buio e non erano ancora arrivati il mio mentore colla mia host family per portarmi in città. Dovete sapere, infatti, che l’aereoporto di Samara si trova, circa, a 37 km di distanza dalla città. Dunque o si prende un taxi, o ci si è organizzati in anticipo  con qualcuno che è sul posto oppure si è costretti ha dovere subito fare i conti con una delle realtà più tipiche della Russia (forse in generale dell’est europeo di matrice slava) la MARSHRUTKA. Ora vorrei premettere che fino a questo momento la mia esperienza in Russia è per lo più positiva, ma una cosa alla quale penso non mi abituerò mai è la Marshrutka. La Marshrutka altro non è che un pulmino, che appartiene a un privato cittadino, che viene adibito a mezzo di trasporto pubblico. Al suo interno vi potranno entrare, a seconda della tipologia del mezzo messo a disposizione dall’autista, 10-15 persone. Ma la dura realtà è che, non si sa come, puntualmente ci entrino dalle 20-30 persone. In sostanza come primo approccio a ciò e russo potrebbe risultare come traumatico. Il lato positivo però è che di solito sono molto rapidi a raggiungere le varie fermate (giusto per precisare, le fermate sono su prenotazione. Bisogna dire ad alta voce “na sledushaja ostonvka, pozhalujsta”, che reso in italiano sarebbe: alla prossima fermata, per favore). Fortunatamente, prima di partire mi ero organizzato col mio mentore Denis e sarebbe venuto a prendermi dall’aereoporto. Uscito, sentii subito l’aria fresca della notte che diventava lentamente giorno, dovetti aspettare circa un quarto d’ora prima che Denis arrivasse a prendermi colla sua macchina. Nel mentre mi ero fumato la prima sigaretta in Russa. Mentre fumavo, però, osso dire di avere avuto una specie di compagnia. Era un tassista, che insistentemente, mi chiedeva se avessi bisogno di un passaggio per arrivare in città. Dovevo solamente dirgli qualcosa tipo: “No no grazie non c’è bisogno” oppure “Ho già fatto”. Eheheh mai fino a quel momento è stato così difficile farmi capire; tra me, che ovviamente dopo una triennale in russo e non essere mai stato in Russia, non è che il mio russo fosse così comprensibile (anche per i madrelingua) e il tassista, il quale non parlava inglese e tentava di farsi capire tra gesti e parole incomprensibili. Ma alla fine, viste le difficoltà comunicative e i miei continui rifiuti (a gesti ovviamente), aveva capito che per lui non c’era nulla da fare. Si girò dall’altra parte e andò verso una coppietta appena uscita dall’aereoporto per offrire i sui servigi a qualcuno, che spero, fosse in grado di capire ciò che diceva. In tutto ciò Denis era arrivato. Dopo esserci salutai e presentati per bene c’incamminammo verso la macchina, la quale era stata parcheggiata a circa una decina di minuti di camminata dall’uscita. Mi aiutò a mettere la valigia nel cofano della macchina e partimmo verso la città. Come ho già più sopra, tra l’aereoporto e la città di Samara, ci sono circa 37 km di distanza, traslato in tempo circa 45-50 minuti.

La mia prima impressione della Russia, nel distretto federale del Volga, nel samarskij Oblast’, ha fatto riferimento alle parole del mio professore di lingua e traduzione e letteratura russa del primo anno di università. Era la lezione, del primo anno, di letteratura russa I  il professore c’introdusse alla letteratura russa con queste parole: “ Ragazzi, nella letteratura russa ci sono due concetti fondamentali, che ritroverete in ogni singolo autore e in ogni singolo tema che andremo ad affrontare e che affronterete anche nel corso di letteratura russa II. Questi sono: Prostor e Krosota. Prostor è la grandezza sconfinata della steppa della Russia, senza confini, che influisce sull’animo dei russi e di coloro che abitano la steppa. Essi finisco col diventare immensi, come la steppa. Krosota, invece, è la bellezza divina. Quella bellezza alle quale, ogni russo tende; quella bellazza che possiamo ritrovare nel viso di un bambino, quando scopre qualcosa di nuovo nel mondo, che gli è stato donato da Dio”. Ora mi trovavo in Russia. La terra del Prostor e della Krosota e in quella macchina, in quei 50 minuti di viaggio fino in città, ho ricordato quella scena e quelle parole del mio professore, le quali in quel momento mi sembrano così lontane e sfuggenti; ma in quella macchina, dopo il mio arrivo, per la prima volta mi era quasi sembrato di vedere dal finestrino quel Prostor del quale stava parlando il professore. Una vista sconfinata, che si estendeva a perdita d’occhio in tutte le direzioni. Quella era la steppa. La stessa spetta di Temujin (Cinghiz Khan) e dei sui Mongoli, la steppa degli Unni e degli Sciti (non gli sciiti, potete trovarli in Iran) la stessa steppa del “Canto della schiera di Igor’”, la stessa steppa che parte dall’Ucraina e arriva in Manciuria. Una terra piena di storia e di genti e di lingue, che secoli, forse anche millenni, hanno convissuto insieme in questo luogo senza confini, mischiandosi fra loro e facendosi anche la guerra tra loro. Quella che vedevo dal finestrino dell’auto di Denis, non era semplicemente la steppa infinita, era il concretizzarsi di un sogno ricordato una marea di volte, quella era la grande steppa che si presentava ai miei occhi in tutta la sua grandiosità e bellezza e cruda realtà. Questo era era quel Prostor del quale stava parlando il mio professore di russo, ed ero riuscito a vederlo. Sentivo che qualcosa si stava smuovendo, ma ancora no riusci bene a capire cosa si stesse muovendo nei meandri più profondi della mia persona. Ora penso di poter dire che , quello che ho sentito muoversi nel mio “animo” è stata “la Primavera”, di cui ho parlato all’inizio. Devo dire però, che è davvero ironico che sia partito da casa con questo “letargo dei sentimenti” e ora arrivo in Russia, alle soglie dell’Autunno e poi l’Inverno, per svegliarmi da questo letargo. Il Prostor, insomma, ha avuto il suo effetto e non potevo essere più soddisfatto.

Moving ideas forward: l’esperienza di Domenico

Domenico, partecipante al progetto “Moving ideas forward: guidance to successful youth organisations”, ci invia un resoconto della sua esperienza.
Il progetto si è tenuto tra il 14 e il 21 Ottobre a Podgorica (Montenegro) ed è stato finanziato dal Programma Erasmus+.

Il progetto coordinato da European Dialogue e Mladiinfo Montenegro ha affrontato una serie di sfide comuni che ogni organizzazione giovanile si trova ad affrontare. Le associazioni organizzatrici hanno messo a disposizione la loro esperienza nell’identificazione delle principali attività da svolgere nella gestione degli enti del terzo settore quali progettazione, fundraising, comunicazione e lo sviluppo di reti internazionali e i temi su cui focalizzarsi come la democrazia organizzativa, la leadership, la motivazione dei volontari, l’inclusione delle minoranze e delle persone svantaggiate e , l’antidiscriminazione.

Ho scelto di partecipare a questo scambio perché volevo implementare le mie conoscenze e abilità nell’ambito del fundraising e della progettazione europea.

I primi giorni dedicati al team building sono stati funzionali alle attività dei giorni seguenti, rendendo il gruppo affiatato e propositivo portandolo a confrontarsi e a condividere le proprie esperienze e realtà di provenienza. La settimana del progetto è stata articolata seguendo una doppia divisione in differenti gruppi: un primo lavoro di gruppo è stato di presentazione della propria sending organization per mettere alla prova la prima parte teorica sul mondo delle realtà associative, dalla nascita all’implementazione delle stesse.
La seconda parte, che doveva essere il focus dello scambio, è stata dedicata al lavoro di gruppi divisi per aree di interesse dei partecipanti riguardo la progettazione, il fundraising e la comunicazione. Grande importanza è stata data alla restituzione alla fine di ogni attività per rafforzare i concetti e le buone pratiche imparate e utilizzate.

 

I circa 40 partecipanti, provenienti da Armenia, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovin, Francia, Italia, Montenegro, Slovacchia e Svezia, avevano un’età dai 18 ai 31 anni. I partecipanti hanno portato la propria esperienza nelle attività realizzando quello che è uno degli obiettivi fondamentali di questo tipo di esperienza ovvero il rafforzamento del sentimento di cittadini europei che si uniscono, scambiano e si contaminano con le proprie diversità.

Secondo lo spirito di questi progetti la metodologia utilizzata è stata quella dell’educazione non formale che organizza l’apprendimento come un duplice processo con le persone che attraverso l’interazione imparano le une dalle altre. Con gli organizzatori della hosting nel ruolo di entusiasti e precisi facilitatori che hanno sviluppato l’interazione e quindi l’apprendimento con workshop, giochi di ruolo e laboratori creativi.

Alla fine della settimana posso ritenermi soddisfatto sebbene l’esperienza sia stata piuttosto diversa da come me l’aspettassi. Mi è dispiaciuto non aver incontrato colleghi fundraiser con cui poter scambiare in maniera più approfondita nuova conoscenza e buone pratiche. Sono stato appagato dalla crescita personale che anche una breve esperienza come questa riesce a produrre con la carica di innovazione ed originalità che ogni partecipante porta con sé.

Last but not least colgo l’occasione per ringraziare Scambieuropei per avermi selezionato, insieme ad altri 4 giovani preparati ed entusiasti, consentendomi di partecipare a questa nuova esperienza di multiculturalità.

 

Domenico Guerra

Il mio SVE in Danimarca: non è mai troppo tardi per scoprire se stessi

La vita è una serie di calcoli sbagliati, di piani che non si realizzeranno per il sopraggiungere di incognite che non avevamo considerato. La mia incognita inaspettata si chiama Servizio Volontario Europeo ed è colpa sua se il mio futuro assumerà forme impreviste. Il Servizio Volontario Europeo è un programma di volontariato internazionale che grazie al supporto della Commissione Europea permette ai giovani tra i 18 e i 30 anni di lavorare come volontari all’estero per un periodo compreso tra i 2 e i 12 mesi.

Anche io come migliaia di cittadini europei ho deciso di prendere parte a questo progetto e ottenuta la mia Laurea Magistrale in Traduzione sono partita nel febbraio 2018 alla volta della Danimarca. Uno scherzo del destino ha fatto in modo che il mio progetto di volontariato si svolgesse a Aarhus, la Capitale Europea del Volontariato per il 2018. Per me questo ha significato assumere le vesti di volontaria imparando da coloro che erano stati premiati per essere i migliori e avere la possibilità di respirare tutta l’Europa nella regione che avevo cominciato a chiamare casa. Perché essere Capitale Europea del Volontariato significa essere il risultato delle migliori lezioni apprese dalle città europee che nel passato hanno ottenuto questo titolo, ovvero Barcellona, Lisbona, Londra e Sligo, e, allo stesso tempo, essere un palcoscenico per ispirare tutte le candidate future. Insomma, un punto di arrivo per l’intera Europa che è, allo stesso tempo, anche un punto di partenza.

Il Servizio Volontario Europeo è tra i programmi dell’Unione Europea meno conosciuti, oscurato come è dall’Erasmus+ che permette agli universitari di studiare all’estero. Nella mia vita ho avuto la fortuna di prendere parte sia a un Erasmus+ for Studies sia a uno SVE e posso dire che si tratta di progetti molto diversi tra di loro. Studiando in Germania ho potuto inserirmi in un contesto che, per quanto lontano da casa mia, manteneva dei tratti a me molto familiari: l’ambiente universitario, il mio campo di specializzazione, persone a me molto affini con cui, nonostante la diversa nazionalità, condividevo la stessa età, gli stessi interessi, la stessa visione del mondo, a volte persino la lingua. Dopo esperienze di lavoro e tirocinio all’estero, per me studiare in Germania con il programma Erasmus+ ha significato vestire di nuovo i panni della chiocciola e spostare ancora una volta il mio guscio-casetta in un altro luogo per proseguire la quotidianità secondo il mio stile di vita. Sicuramente il mio guscio ne è uscito arricchito, sicuramente più colorato, ma, ad ogni modo, intatto e non molto diverso rispetto a prima della mia partenza.

Con l’aspettativa di ritrovarmi di nuovo parte di questo meccanismo ben collaudato in passato, sono partita per il mio Servizio Volontario Europeo. Non ci è voluto molto prima di capire che prendere parte a uno SVE è qualcosa di totalmente diverso perché ti inserisce in un contesto in cui non c’è più niente del tuo passato a cui aggrapparsi. Non ci sono pareti, non ci sono punti di riferimento. Ti ritroverai a svolgere attività che non hai mai fatto prima o a fare qualcosa che hai sempre fatto, ma in un modo totalmente diverso. Ti ritroverai a prendere parte in un progetto in cui farai la differenza solo se avrai una chiara idea di chi sei e di che cosa sai fare e ciò capita nel momento in cui stai mettendo in dubbio tutte le tue certezze. Ricordo ancora la sensazione di smarrimento che ho provato appena arrivata in Danimarca. Era come essere tornata bambina: non capivo la lingua delle persone intorno a me, mi sentivo impreparata di fronte a una cultura lavorativa che abbatte le gerarchie tra capo e dipendente, non sapevo nemmeno come usare la doccia. Niente era automatico, tutto mi doveva essere spiegato, avevo bisogno di tempo per accordare la mia chitarra interiore.

È in questo contesto comune a tutti i partecipanti a uno SVE che comincia un processo straordinario: cominci a scrollarti di dosso tutte quelle cose che hai acquisito dalla tua cultura e dalla società da cui appartieni e ti ritrovi nudo. All’inizio questa nudità ti farà sentire vulnerabile, ma con il tempo diventerà la tua forza: comincerai a capire cosa è importante per te, a decidere quali abitudini nella vita vuoi preservare e quali altre vuoi adottare. Un Servizio Volontario Europeo ti porta a distruggere alle fondamenta il tuo guscio da chiocciola per togliere il superfluo e renderti più autentico, più fedele alla tua vera essenza. E questo è qualcosa che tutti noteranno una volta tornato a casa.

A proposito di casa, è opportuno spiegare che dopo uno SVE questo concetto diventerà molto relativo, come, d’altra parte, quello di famiglia. Almeno questo è ciò che accade quando durante un Servizio Volontario Europeo si viene ospitati, come nel mio caso, da una famiglia locale. Prima della mia partenza mi aspettavo che avrei condiviso un sacco di esperienze con quelle persone, ma mai avrei pensato di diventare un membro della famiglia a tutti gli effetti. Così, oggi, alla domanda “Come sta la tua famiglia?” reagisco sempre con un’incertezza che inevitabile mi porta a chiedere “Quale delle due?”. Al momento, infatti, posso dire di avere due famiglie: una con cui condivido il sangue e l’altra con cui condivido l’amore per il rugbrød, il tipico pane danese.

Se il mio Servizio Volontario Europeo in Danimarca prendesse delle forme fisiche potrebbe essere un paio di scarponi, di quelli che ti portano per pendii ripidi lasciandoti dolorose vesciche ma anche tante soddisfazioni, potrebbe essere un caleidoscopio per quella sua capacità di disorientarmi con tutte le esperienze nuove che mi ha fatto vivere, potrebbe essere una culla per avermi fatto rinascere di nuovo, con gli stessi colori mediterranei, ma con una mentalità più nordica. Potrebbe essere tutte queste cose. Eppure sono convinta che se il mio Servizio Volontario Europeo in Danimarca prendesse delle forme fisiche allora sarebbe un tatuaggio: indelebile e presente per il resto della mia vita. 

Genny Cabas

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La volontaria Genny Cabas sta con questo articolo prendendo parte a un concorso bandito dalla Commissione Europea, “EU in my region”, che dà voce a coloro che stanno prendendo parte a un progetto finanziato dall’Unione Europea. Aiutala a fare della sua esperienza un punto di partenza attraverso il premio in palio: tre settimane di formazione a Bruxelles. Visualizza e vota l’articolo originale al seguente link: http://ec.europa.eu/regional_policy/blog/detail.cfm?id=123

Lo SVE di Rebecca, volontaria a Barcellona: una nuova casa, una nuova famiglia

Rebecca, volontaria SVE a Santa Coloma, ci racconta la sua esperienza fatta di emozioni e forti legami!

Era Febbraio e all’improvviso eccoci ad Agosto. Il mio Servizio Volontario Europeo a Santa Coloma de Gramenet (Barcellona) è finito. É così difficile vedere le cose in prospettiva e raccontarle come storie nel passato quando tutto è troppo vicino ed è stato troppo veloce. Alle volte è come mangiarsi cose vive; non si riesce a raccontare come sia stato finchè non vengono digerite.

Altre volte invece basta riguardare una fotografia per colorarla di una sfumatura calda e nostalgica e raccontarne la storia sotto l’influenza dell’idealizzazione.

La verità è che quest’ultimo mese ha visto despedidas e addii, che ci hanno portato di qua e di là tra feste e sorrisi agrodolci.

Per sei mesi ho raccontato la vita dei volontari di Santa Coloma dell’appartamento in Avinguda Pallaresa e, nonostante vivessimo tutti assieme, ognuno di noi a ha vissuto una storia diversa, che veniva poi raccontata la sera attorno al tavolo. Il mio SVE è stato questo e mille altri legami, viaggi, vagabondaggi, scoperte e notti barcellonesi. Sarà forse perchè si è catapultati in una realtà completamente nuova durante un determinato limite di tempo o semplicemente per avuto la fortuna di conoscere bellissime persone, ma ci si sente al centro di un vortice in cui le esperienze si susseguono e si sovrappongono le une alle altre con un’intensità fuori dall’ordinario, tanto che diventa difficile controllarle e l’unica cosa che si riesce a fare è lasciarsi travolgere con sensi e pupille dilatate cercando di assorbire il più possibile per poi non dimenticare come ci si sentiva attraversando tutti quei momenti, sia quelli caldi e luminosi che le tempeste più fredde, ricordandosi perchè valesse la pena di continuare a collezionare esperienze, consapevoli di stare respirando a pieni polmoni.

Potrei raccontarvi per pro-forma che lavoravo nel Dipartimento di Comunicazione dell’Associazione Mundus e che l’ambiente con i colleghi era ottimo, oppure che insegnavo italiano a dei ragazzi che sarebbero partiti per l’Italia per progetti Erasmus + o che tenevo con gli altri volontari un Caffè Linguistico per le persone del posto, ma credo che non siano queste le cose importanti per capire cosa significhi fare un volontariato. A prescindere dal tipo di progetto a cui si prenda parte, di solito perchè più interessati a una o ad un’altra tematica, è l’insieme di tutti quei momenti vissuti per davvero che rende significativo il tempo speso dedicandosi interamente a qualcosa in cui si è coinvolti (talvolta travolti) fin dall’inizio perchè un cambiamento così radicale impedisce il distacco e l’isolamento. Si creano legami e amicizie forti che sono difficili da descrivere a chi è rimasto a casa e non ha condiviso tutto questo.

Una sera Selin, Guillaume (miei coinquilini e volontari SVE) ed io, mentre mangiavamo insieme su di un prato di plastica per l’appuntamento settimanale al nostro amato King’s Kebab, abbiamo deciso che ci saremmo rincontrati tutti e cinque (vivevo in casa con altri quattro volontari) almeno ogni 7 di Febbraio e 7 di Agosto, data di inizio e fine del nostro SVE.

Un paio di settimane fa, dopo quasi sei mesi, ho deciso che finalmente sarei salita sulla collina giusto dietro Santa Coloma per riuscire a vedere la città intera, ma, mentre mi trovavo lì in alto, la prima cosa che ho cercato è stato il nostro appartamento ed è stato strano vederlo dall’esterno e da lontano per la prima volta.

La luce calda del tardo pomeriggio, poco prima del tramonto, stava illuminando ogni mattone dell’edificio e ho iniziato ad immaginare che irradiasse anche l’interno del nostro appartamento, anche se, essendo affacciato ad Est, godeva del sole solo la mattina.

Adesso, ogni volta che ripenso a casa nostra, la vedo rivestita di quella sfumatura arancio che illumina le cose a quell’ora che altera i colori dei poster del nostro salotto e dei visi delle persone con cui ho condiviso questi ultimi sei mesi. Sono alcune delle facce ritratte nella foto qui in basso, frutto di una nottata in cui avevamo deciso di ritrarci a vicenda in un “cerchio di ritratti”, tutti disegnano tutti. Non abbiamo di certo talento, o forse solo un poco, ma ci importa a sufficienza l’uno dell’altro da ritrarci a carboncino mentre ridiamo istericamente fino all’una del mattino in salotto sotto una pallida luce al neon, anche se in realtà mi pare proprio di ricordare fosse di un caldo color arancio.

 

Rebecca Gasparini

Traperos de Emaús, il racconto SVE di Marilisa

Marilisa, volontaria SVE in Spagna, ci racconta la sua esperienza in una comunità differente: punti di vista, innovazione e sensibilizzazione.

 

Eccoci qua quasi alla fine di questo percorso indescrivibile che però proverò a raccontarvi! Durante questo anno in Traperos de Emaús, ovvero la organizzazione fondata dal mitico Abbe Pierre, ho avuto modo di poter apprendere cosa significa vivere tutti i giorni all’interno di una comunità e come avere una comunicazione assertiva con tutti i compañeros. Quest’ultima parola viene utilizzata per indicare i propri colleghi e ha per me una forte valenza pedagogica perché demolisce completamente il concetto di scala gerarchica che tanto è insito all’interno di tutti gli ambienti lavorativi.

Questa metodologia di lavoro basata più sulla informalità che sulla formalità è concretizzabile in due esempi: tutte le mattine il coordinatore di Traperos non solo accompagna i compañeros con il suo furgone, ma ha anche istituito un momento chiamato “cuarto de hora” nel quale ogni giorno, prima di iniziare a lavorare, per 15 minuti ciascuno è invitato ad apportare nuovi argomenti da condividere con tutta l’equipe.

E che dire? Penso che arricchirsi mediante nuove informazioni e curiosità sia la maniera migliore di fare colazione! Come avete potuto notare precedentemente ho usato la parola coordinatore perché ,a differenza delle parole leader, capo o jefe (stesso concetto in diverse lingue) rende bene la finalità principale che gli si attribuisce ovvero coordinare l’intera rete formata da due negozi di seconda mano, due uffici, una comunità e una catena infinita di associazioni che contribuiscono a lottare per i valori che molto spesso sono dimenticati dalla società odierna come ad esempio il rispetto del medio ambiente.

 

La sensibilizzazione soprattutto per quest’ultimo tema viene messa in pratica attraverso attività quali workshop o mercati in piazza e la cosiddetta recogida. La traduzione letterale di questa parola sarebbe raccolta, già perché si raccoglie tutto il materiale (la quantità di cose che arriva a Traperos è davvero inimmaginabile!!) direttamente dalle case della gente per poterlo riciclare o per poterlo vendere nel loro rastro/traperia, ovvero mercato di seconda mano, disincentivando così il tanto esasperato consumismo contemporaneo.

Con questa breve descrizione ho voluto sottolineare soprattutto il punto che ritengo più forte di Traperos e il mio sogno sarebbe poter vedere tutto ciò messo in pratica in una società come quella siciliana che reputo distante anni luce di tutto ciò che concerne il riciclaggio.

Marilisa Russo

Road to Craiova

Chiara, volontaria europea presso Asociatia Explorator in Romania, ci racconta il suo viaggio verso Craiova.

“When one thing goes, another comes
In this wide world by heaven borne;
And when the sun is setting here
‘Tis somewhere else just breaking dawn”

M.Eminescu, With life tomorrow time you grasp, translated by C.M. Popescu

A vast, flat plain, only bare trees in sight, country houses with their triangular roofs, some people working in the fields.
Sky and earth touches in a straight line, green and blue melts in the November sun.
Some reddish spots announces that autumn is already here.
I’m moving on my bus on the dusty paths and roads, trough a landscape that speaks me about the infinite and foggy plains of Northern Italy.
Except that Italy is now far away.

This morning I woke up in Hungary, took a coffee in a small restaurant together with some Romanian ladies I met on the bus. They’re coming back home to spend some time with their families, I left my family to come in a foreign Country. Traveling from the day before, we had a lot of time for talking and eventually we became friends.

We just crossed the border.
Arad is the first city we reach, just after the Custom, a small town, indeed, but somehow full of charm.
Then the bus keeps going, slowly but firmly.
It’s a strange sensation, being in another Country, so similar and so different from my homeland.
Everybody around me speaks in this unknown language, that sounds a bit harsh but nonetheless harmonious, like a secret melody whose rhythm I cannot understand.
At first, I was completely lost, but luckily my friends, who speak both Italian and Romanian, are helping me, explaining and translating all the time and teaching me some words and notions about their Country.
When we arrive in Timişoara we say goodbye to one of our friends, then we keep going, heading to the deep south of Romania. The weather is nice, even the temperatures are not so different from the ones of my hometown, Segni, but huge clouds begins to appear on the horizon, together with the sinuous curves of some mountains.

I turn my head and I realize that on the mountains I can see on my left there is already a soft, thin veil of snow, like sugar on a cake.
It’s getting dark early, the sun is covered by grey clouds and we are crossing a mountainous zone, with small cities and cultivated fields in the valleys.
Somehow it feels like home, with the same curvy shapes of the rocks and the arabesque-like vegetation dressed with the reds, brown and yellow hues of the season. Only one guest is unknown to me, the ethereal, white birch, with her blonde leaves and her thin frame lightly lulled by the cold wind.
We cross other towns and villages and cities, one after another, with houses and shops, flowers and dogs, unfamiliar faces of girls and schoolboys and elders, all busy with their daily routine.
It feels strange, sometimes I realize that I’m not in Italy anymore and a slight melancholy grabs my heart, sometimes I’m just too curious and excited to be homesick.
I can’t wait to be in Craiova, and at the same time I can’t believe that this is happening for real, I’m surrounded by a sort of baffling dreamlike atmosphere.

The sky is almost dark now, and its blackening color is reflected by a pool of water that I don’t recognize immediately.
A man in the seat in front of mine points to it and says, in a mix of Italian and Romanian: “Look ! Is the Dunărea !”
The Danube river, an old friend I’ve already met in Budapest, is flowing next to me, singing his never-ending watery song made of tides and waves.
Only his huge body separates us from Serbia, and it seems that we are just walking on a thin rope as travelling funambulists, and I understand how much fleeting are the borders that divide us, just as when our bus crossed the border with Hungary: I had one Country behind me, another just in front of me, but the landscape and houses were exactly the same.
Lights emerge from the dark, orange and yellow on the blue of the late evening: it’s the Customs, an artificial border next to the natural one.
The sight is so stunning that it’s like a balm for my soul, washing away all the exhaustion and the stress caused by the length of the journey.
I lean back on my seat and enjoy the travel, in the silence created by the tiredness of the other travelers and the seats that becomes more and more empty as we keep going into the region of Oltenia.

Filiaşi.
We’ve almost arrived.
Only a few of us are still on the bus while we enter in Dolj County, of which Craiova is the Capital.
Suddenly, the lights of a city, shining far away as much as the stars that now dot the nocturnal sky.
The lights of Craiova.

The city welcomes us with her open embrace, warm and tender like an old lady, mother of many.
She’s one of those strong, concrete women who’s beauty can’t be ruined by wrinkles and other signs carved on the skin by Time and the hardness of Life.
Passing the outskirts we reach the station, my stop.
It’s night.
I say goodbye to my friends and get off the bus, in the cold air of a new place, full of promises and possibilities.
I look at the city and the city looks at me with her thousand eyes, staring at each other like strangers who meet each other for the first time.
Even if I’m frightened by this new reality I’m facing, I’m full of hope for the future months, time that I’ll spend between these old houses and new buildings, yards and parks, offices and museums.
Just over me, the pale moon shines, pouring the same bright, milky light on both Rome and Craiova.

 

Chiara Ionta

Esperienza all’estero: come fare?

Carolina è la volontaria di Scambieuropei che sta svolgendo il suo servizio in Danimarca grazie a Dansk ICYE. In questo articolo ci spiega perché è importante fare un progetto di volontariato finanziato dal Programma Erasmus+!

Vuoi partire per un’esperienza all’estero ma non sai cosa fare? Non ti hanno preso per quell’Erasmus che volevi tanto fare e ora sei bloccato in Italia? Trovare lavoro all’estero è difficile e non sai se puoi permetterti di fare un soggiorno studio? Be’, non ci hai ancora pensato, ma una soluzione c’è. Fare uno SVE.

Lo so, suona come una pubblicità, e un po’ lo è, ma non c’è niente di male, anzi. Sempre più giovani, soprattutto in Italia, hanno voglia di partire, allontanarsi dalla loro routine noiosa e poco produttiva, imparare una nuova lingua o perfezionare l’inglese – un incubo per molti –, ma spesso non sanno come fare o non possono permetterselo. Tutti conoscono l’Erasmus e vogliono partire, ragazze e ragazzi alla pari si scoprono babysitter perfetti anche se fino al giorno prima non sopportavano i bambini, ma almeno così riescono a fare quella maledetta esperienza all’estero che fa figo, sembra un sacco divertente e ormai tutti dicono che fa una bella figura sul CV.

Ma l’Erasmus non è solo soggiorni di studio all’estero pieni di feste, amici da ogni dove e learning agreement modificati mille volte. Il programma Erasmus+ comprende una serie di progetti e iniziative di scambio per giovani, non solo studenti, che sono altrettanto entusiasmanti e formative, ma meno conosciute.

Lo SVE, il Servizio Volontario Europeo (EVS in inglese), è uno di questi. Si parte per un paese membro o partner dell’EU – quindi anche in altri continenti! – per svolgere attività di volontariato per un periodo che va dalle 2 settimane ai 12 mesi. E non fatevi spaventare dalla parola “volontariato”: se il lavoro con persone in difficoltà come poveri, anziani o diversamente abili; le attività che riguardano fattorie, animali o protezione dell’ambiente; o il lavoro non retribuito in generale non vi ispirano, potreste comunque trovare un progetto che fa per voi. I volontari collaborano, infatti, anche in organizzazioni sportive, scuole e uffici, ad esempio.

Quindi il vostro volontariato potrebbe essere “professionalizzante” quanto quello stage tanto agognato, che però se viene retribuito una miseria potete già considerarvi fortunati. “Ma il volontariato non è retribuito”, è vero, ma la Commissione Europea copre i costi di vitto, alloggio, trasporto nel paese ospitante – se per ragioni lavorative –, viaggio (o almeno in parte), assicurazione e corso di lingue. Inoltre, i volontari ricevono un “pocket money” poco inferiore alla borsa Erasmus che si riceve per mobilità di studio o tirocinio. La differenza è che mentre con la borsa di mobilità non si paga nemmeno l’affitto, durante uno SVE non si hanno praticamente costi, se non quelli del tempo libero.

Insomma, di motivi per cui uno SVE può essere la scelta giusta se volete fare un’esperienza all’estero ce ne sono eccome. Adesso dovete solo cercare un progetto che faccia per voi e mandare una candidatura. E poi ripetere, ripetere, ripetere. Prendetevi il vostro tempo e lavorate alla candidatura: alcuni progetti potrebbero chiedervi CV e lettera motivazionale, altri di compilare un form in cui parlate di voi e dei motivi per cui vorreste fare questa esperienza. Poi non resta che incrociare le dita per un colloquio e, con tanta determinazione e un pizzico di fortuna, si parte!

Come trovare progetti e candidarsi?
Potete consultare i seguenti link:

Sito di Scambieuropei:
https://www.scambieuropei.info/category/partire/sve/

European Youth Portal – sezione dedicata all’EVS:
https://europa.eu/youth/volunteering/evs-organisation_en

European Youth Portal – sezione dedicata agli European Solidarity Corps (nuovo progetto di volontariato!):
https://europa.eu/youth/solidarity_en

 

Carolina Bonsignori 

La mia Danimarca in quattro oggetti

Secondo articolo della nostra volontaria Genny Cabas, la quale sta svolgendo il suo SVE in Danimarca.

Dicono che la mente umana sia in grado di elaborare un’immagine a una velocità 60 000 volte superiore rispetto a quella di cui ha bisogno per comprendere un concetto formulato mediante parole. Teoricamente, dunque, il mio compito di avvicinarvi alla Danimarca e alle sue bellezze (nonché alle sue stranezze) dovrebbe essersi concluso nel momento in cui ho pubblicato questa foto. Si sa, d’altra parte, che l’animo umano ama autocelebrarsi e di certo non sarò io a rappresentare l’eccezione alla regola. Perdonatemi, dunque, se per puro diletto personale mi dilungherò in chiacchiere su quello che è considerato uno dei Paesi più felici al mondo.

Gli oggetti che vedete in questa foto sono le colonne su cui si basa la mia concezione della Danimarca. Per prima cosa ho scelto una cartina geografica in segno di ammissione della mia ignoranza. Prima di trasferirmi in Scandinavia avevo sempre identificato la Danimarca con quella lingua di terra collegata alla Germania, lo Jutland. Figuratevi, poi, se potevo mai immaginare che Copenaghen potesse trovarsi su un’isola, per altro raggiungibile con un Flixbus. La verità è che la Danimarca conta più di 400 isole, di cui circa 70 abitate. Tra queste le più grandi sono collegate alla terraferma attraverso strade costruite su futuristici ponti. Quindi se, come me, sognavate romantiche traversate via mare con il vento tra i capelli, vi toccherà preservare quest’esperienza per una crociera tra i fiordi.
Non guasta, a questo punto, farvi sapere che fanno parte della superficie danese anche le isole Fær Øer, ennesimo tentativo dei Danesi di spaventare gli stranieri con nomi impronunciabili, e la Groenlandia. Quest’ultima dista quasi 3000 km dallo Jutland. La domanda sorge, dunque, spontanea: “Perché la Groenlandia non è uno Stato indipendente?”. La risposta che sono riuscita a darmi dopo due mesi è che la Danimarca è molto piccola e aggiungere qualche zero in più ai suoi 42.924 km 2 deve essere sembrato un modo per accrescere l’orgoglio nazionale.

D’altra parte, è sempre difficile comprendere l’estensione di un Paese attraverso un numero e siccome so che credermi sulla parola quando vi dico che la Danimarca è piccola è alquanto difficile, concedetemi un paragone: l’Italia si estende per 301.338 km 2 , il che significa che è approssimativamente 7 volte più grande della Danimarca. 7 volte. Ecco, questa è un’informazione che forse non avrei dovuto condividere perché se mai vi trasferirete qui sicuramente proverete il mio stesso stato di esaltazione quando, guardando una cartina geografica, mi sono accorta che con tragitti di un’ora potevo raggiungere qualunque posto. E fidatevi, questa sensazione vi permetterà di trasformarvi in megalomani che, fieri di un riscoperto e improbabile sangue vichingo nelle vene, cominciano a organizzare gite ovunque, a discapito del proprio portafogli.

Passiamo dunque a un secondo oggetto della mia immagine. Come qualsiasi fotografo amatoriale che si rispetti, ovvero come qualsiasi fotografo che quantifica il proprio successo in base al numero di like che ottiene su Instagram, ho inserito nell’inquadratura un mazzo di fiori per incattivirmi il mio pubblico. Ma attenzione. Se alla vista dei narcisi già vi eravate lasciati andare a un sorriso compiaciuto pensando che la bella stagione non ha limiti geografici, sappiate che siete sulla strada sbagliata. In realtà i fiori in questione rappresentano il simbolo dell’eterna illusione danese: l’arrivo della primavera. La primavera in Danimarca, infatti, comincia in ritardo e ogni sua apparizione in marzo è solo uno scherzo di Baldr, dio vichingo della speranza, che vuole saggiare quanta voi ne siate in grado di coltivare durante la vostra vita.

 

Fidatevi che il clima danese vi porterà a riconsiderare i vostri principi e a ripensare con pentimento a tutte le volte che avete preso in giro i turisti dall’Europa Settentrionale che in primavera si aggiravano già in magliette maniche corte guardando con un’espressione estatica un debole e tiepido sole. E questo perché qui sarete voi i primi a farlo. Non importa quello che starete facendo. Se mai un raggio di sole sfiorerà il vostro viso, abbandonerete tutto e vi precipiterete fuori ripensando ai felici momenti in cui sguazzavate nelle calde correnti del Mediterraneo. Ma poi, proprio come in quei momenti, quando all’apice dell’estasi venivate raggiunti dalle rassicuranti parole materne “Se non esci dall’acqua vengo lì e ti affogo”, qui al Nord sarete accolti da un freddo che vi entrerà nell’anima facendovi dubitare della vostra capacità di sopravvivenza.

Eppure, i Danesi sono abili ingannatori della mente umana. Lo capirete non appena vi renderete conto del numero di candele accese attorno a voi in segno di sfida all’oscurità perenne. Quindi non stupitevi se allo scoccare della mezzanotte del 21 marzo le case cominceranno a sembrare serre tropicali con vivaci fiori primaverili dappertutto.

Passiamo, dunque, al libro. No, non rappresenta il modo in cui i danesi trascorrono il tempo al di fuori del lavoro. Se così fosse stato avrei dovuto fotografare una bicicletta. Il libro pubblicato dal “Centro di Ricerca sulla Felicità” di Copenaghen (e questa non è una battuta, esiste davvero) mi permette di affrontare un pilastro della cultura danese: “hygge”. No, non ho detto “ighe”. No, nemmeno “ughe”… Vabbè, non importa. Tanto la parte più difficile non è pronunciare questa parola, ma capire che cosa ci sia dietro di essa. “Hygge” è traducibile in altre lingue con “coziness”, “koselig”, “hominess”, “gezeligheid” o “Gemütlichkeit”, ma se oserete proporre questi paragoni a un danese dovrete fare i conti con una faccia indignata e una risposta secca: “Hygge è molto di più”. Che cos’è dunque “hygge”? Questa domanda mi ha ossessionata durante i miei primi tempi qui. Se era una cosa così straordinaria, volevo assolutamente provarla sulla mia pelle, per lo meno per dare una speranza alla mia anima incontentabile che sarebbe in grado di essere infelice anche nel Paese più felice del mondo. Ho cominciato quindi a bersagliare di domande chiunque mi capitasse a tiro ed ecco il risultato della mia inchiesta: si prova “hygge” bevendo una tazza di tè caldo di fronte al camino con il proprio fidanzato, guardando la pioggia che cade con una coperta in grembo e candele attorno, trascorrendo il Natale assieme alla propria famiglia, cantando di fronte a un falò d’estate e la mia preferita… bevendo una birra dopo la partita di calcetto. Insomma “hygge” è ovunque purché si ricerchi il piacere delle piccole cose e sono sicura che ognuno di voi si è riconosciuto in almeno una di queste situazioni.

 

Come ultimo oggetto-simbolo ho scelto le mie più acerrime nemiche: le monete. La Danimarca non appartiene all’Eurozona e prevede l’uso della corona danese. La corona è stata introdotta nel Paese nel 1873 in seguito alla creazione della Unione monetaria scandinava insieme alla Norvegia e alla Svezia. Dopo la prima guerra mondiale, però, l’unione si sciolse e ogni stato adottò una valuta indipendente.
In Danimarca è raro pagare in contanti e spesso è possibile pagare solo con la carta di credito. Se però, come me, siete stati risucchiati dalla burocrazia e avete ancora difficoltà a aprire un conto in banca e non usate la vostra carta di credito nazionale per evitare alte commissioni, dovrete sapervi destreggiare con la nuova valuta e saper riconoscere le sue monete. Riconosco che vivere in un Paese con un basso livello di delinquenza ha molti vantaggi e uno di questi è affidare il portafoglio al cassiere ogni volta che vado al supermercato. Eppure non riesco a essere in collera con la corona danese. Non solo perché fare commissioni con una valuta diversa da quella a cui si è abituati permette di non rendersi conto di quanto si stia spendendo (e fidatevi in un Paese con un costo della vita molto elevato, ciò fa molto bene alla coscienza), ma anche perché le monete da 1, 2 e 5 corone sono irresistibili con il loro buco al centro. In quanto al motivo per cui siano così, ho ascoltato molte teorie: per il modo in cui un tempo le monete venivano legate su una cordicella, per essere riconoscibili ai ciechi, per non causare la morte per soffocamento a un bambino semmai le ingoiasse (…), per avere un valore equivalente al metallo utilizzato. Qualunque sia la verità, per me rimangono il motivo per cui non odio la corona danese nonostante la mia vita sarebbe stata molto più semplice se la Danimarca avesse adottato l’euro, specialmente quando vado al bar e mentre pago in contanti il cameriere si chiede se io usi ancora la carrozza con i cavalli.

 

 

Vivere all’estero mi ha insegnato che gli stereotipi spesso sono solo luoghi comuni e che ognuno di noi può ritrovare un Paese in alcuni oggetti. Si tratta di una ricerca molto personale e mi piace pensare che in realtà siano gli oggetti a scegliere noi e non viceversa. Invito tutti voi, la prossima volta che sarete all’estero, a cercare quegli oggetti che identificate con quel Paese. Vi prometto che non ve ne pentirete perché quando tornerete a casa vi faranno rivivere gli stessi profumi, le stesse emozioni e attraverso di quelli avrete una storia da raccontare. Per quanto mi riguarda, non riuscirò più a guardare una cartina geografica danese, dei narcisi, un libro su “hygge” e delle monete senza sorridere.

 

Genny Cabas

Danimarca: la mia vita tra i vichinghi

Genny, la nostra volontaria SVE in Danimarca, racconta la sua nuova vita!

La mia avventura in Danimarca è iniziata con una frase che mi sarei sentita ripetere molte volte in seguito: “Mi dispiace per il tempo, ma spero che ci farai l’abitudine perché in Danimarca è sempre così”. Delle parole di certo non incoraggianti, ma non ci diedi troppo peso. D’altronde ero già follemente innamorata della Danimarca. Dall’aereo non avevo potuto far a meno di emozionarmi di fronte a tutta quell’acqua che sembrava impossessami di tutto lambendo non solo la costa ma spingendosi fino all’entroterra occupando laghi e fiumi. Per non parlare delle foreste che sembravano ribellarsi all’arroganza dell’uomo che cerca di costruirsi un rifugio a discapito della natura. Con il tempo, però, ho capito il senso di quelle parole di benvenuto. I Danesi amano lamentarsi del tempo: “Che freddo che fa fuori. Te lo immaginavi?”, “Speriamo che arrivi la primavera”, “Dai che quest’anno l’estate sarà diversa e sarà come essere in Italia”. Presto queste esclamazioni rassegnate hanno cominciato a essere una costante nella mia quotidianità e ho cominciato a pensare che in Danimarca le cose andassero così bene che l’unica cosa di cui ci si potesse lamentare fosse il clima. Poi, però, ho capito che questa è solo una mezza verità. Certo, non c’è bisogno di crucciarsi per la disoccupazione in un Paese in cui solo il 4% non trova lavoro, ma ciò che porta i Danesi a sognare costantemente affollate spiagge mediterranee è la loro umiltà. Per loro tutto è più bello al di fuori del proprio paese. Si struggono al pensiero di vivere in un luogo in cui non ci sono montagne, in cui d’inverno fa buio presto e in cui non si possono assaporare le prelibatezze del Sud. Ci è voluto del tempo per far capire alla gente intorno a me che anche in Italia la temperatura d’inverno va sotto lo zero, che non trascorriamo quattro mesi all’anno sulle piste da sci e che, dopotutto, non tutti siamo cuochi provetti.

 

Eppure, ciò non vuol dire che i Danesi non amino il proprio Paese. Al contrario. Lo si capisce dalle bandiere che sventolano dappertutto e che svettano su qualsiasi superficie della casa. Lo si capisce dai loro occhi commossi quando scoprono che stai imparando la loro lingua e che addirittura pianifichi il tuo futuro lì, con loro. Perché è molto probabile che questo è quello che comincerai a fare dopo un mese. Certo, prima di tutto dovrai riprenderti da alcuni traumi, ma se ti farai trovare preparato sono sicura che sarai in grado di superarli facilmente.

Innanzitutto, devi sapere che i Danesi si svegliano prima, pranzano prima, cenano prima e vanno a dormire prima. Sappi, quindi, che non importa quanto tu sia intraprendente e motivato perché sei già in ritardo di due ore sulla loro tabella di marcia. Ancora oggi cerco di convincere la gente intorno a me che se mi sveglio alla 7 non significa che io sia pigra e che il pasto delle 18 lo definirei più una merenda che una cena.

A proposito di ritardi, vivere in Danimarca ti porterà a riconsiderare il tuo orologio biologico. Ti renderai presto conto che i tuoi coetanei se non sono già sposati sono molto vicini a farlo e che i bambini sono dietro l’angolo. Il mio consiglio è quello di non cominciare a contare i giorni che ti restano prima della menopausa e di non cercare ossessivamente il tuo istinto materno. Prenditi il tuo tempo!

Passiamo, dunque, a un aspetto molto importante della vita danese: le candele. Spero che tu non appartenga a quella categoria di persone che temono che una casa possa andare a fuoco con un fiammifero altrimenti per te non c’è speranza. I Danesi amano le candele, sono dappertutto e sempre accese. Fa parte della loro cultura e del loro concetto di “hygge”, una parola impronunciabile per indicare quella sensazione di tepore e benessere che si prova quando ci si sente a proprio agio che sia all’aria aperta o in casa, che sia da solo o in compagnia. Insomma, un concetto molto labile, ma che al di là della cultura ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita.

A questo punto, non posso non metterti in guardia sullo humor danese. Presto imparerai a apprezzarlo, ma soprattutto a riconoscerlo. Nel frattempo fissa la persona che ti rivolge la parola seriamente, studiandone ogni mossa del viso per capire se scherza o meno.

Eppure, se stai ancora leggendo quest’articolo significa che sei una persona che non si spaventa di fronte alle diversità e quindi ti incoraggio a prendere il primo aereo e vivere anche tu un’esperienza nel profondo Nord.

Si dice che bisogna essere coraggiosi per partire e ricominciare la propria vita in un altro paese. Non ho mai capito se il mio sia stato coraggio o incoscienza, ma la Danimarca mi ha fatto capire che nella vita arriva un momento in cui ti guardi attorno e pensi: “Sì, in questo posto ci potrei vivere per sempre”.

 

Genny Cabas

Danimarca ed educazione: l’Efterskole

Carolina, la nostra volontaria SVE in Danimarca, descrive la scuola presso cui sta svolgendo il suo progetto. L’istruzione danese vista da un punto di vista diverso!

Se si svolge uno SVE in Danimarca, può capitare di ritrovarsi a lavorare in una scuola come aiuto insegnante o membro dello staff “jolly”, per dare una mano dove serve e quando serve. Una cosa che un volontario italiano nota subito è che il sistema scolastico Danese è molto, molto diverso dal nostro. Vi spiegherò perché.

La scuola dell’obbligo dura fino ai 16 anni, come da noi, ma, invece di essere suddivisa in tre diversi cicli fino al conseguimento del diploma – elementari, medie e superiori –, consiste in un’unica scuola che va dalla prima alla decima classe (dai 6 ai 16 anni), per poi dare accesso al liceo o a scuole professionali, che durano altri tre anni. I diplomati dal liceo hanno tra i 19 e i 21 anni, in quanto è normale anche prendersi un po’ di tempo dopo la scuola prima di cominciare il liceo. È altrettanto popolare viaggiare o iniziare a lavorare subito dopo il liceo e posticipare di uno o due anni l’inizio dell’università.

Ma al di là delle differenze nelle tempistiche, c’è un’altra cosa che stupisce e si fa fatica a comprendere appena arrivati in Danimarca, ossia cosa sia e come funzioni un’efterskole. Si tratta di una scuola privata molto speciale che esiste solo in questo paese, frequentata per uno o due anni al massimo prima di cominciare il liceo. Gli studenti all’ottavo e al nono anno di scuola possono, infatti, decidere di trascorrere un anno in un’efterskole, un anno che si ricorda per tutta la vita.


L’efterskole è un collegio dove i ragazzi vivono, studiano, lavorano e passano gran parte del proprio tempo libero per la durata dell’intero anno scolastico. Nei weekend ognuno è libero di tornare a casa, eppure non sono pochi gli studenti che decidono di fermarsi per rimanere coi propri amici. La vita nell’efterskole è regolata da una routine molto precisa, ma questo non significa che ci si annoia. Al contrario, vengono spesso organizzate delle attività di vario genere per staccare dalla monotonia, come tornei, giochi, gite e serate a tema. Inoltre, non bisogna immaginarsi l’efterskole come una scuola dove si studia e basta: esistono diverse aree e zone della scuola adibite al tempo libero, come aree relax con riviste, divanetti e tavolini; la palestra con attrezzature diverse per vari sport, una sala per giocare ai videogiochi, un piccolo cinema e vari giochi da tavola sempre a disposizione. Oltre a studiare, gli alunni sono anche tenuti ad aiutare il personale della cucina e delle pulizie, compiti che svolgono, naturalmente, a turni.

Ma perché avere una scuola del genere? Da dove nasce questa idea?

Il valore che sta alla base dell’efterskole è la democrazia: si tratta di una scuola in cui tutti sono uguali e in cui bisogna imparare a confrontare e discutere le proprie idee. Il fondatore del primo esempio di efterskole, N. F. S. Grundtvig, era in realtà un oppositore degli ideali democratici, perché riteneva che non si potesse affidare le decisioni riguardanti un intero paese nelle mani di una maggioranza non istruita e che non fosse in grado di comprendere e valutare le questioni rispetto alle quali doveva votare. Per risolvere il problema, decise di aprire una scuola per adulti dove i contadini potessero recarsi alla sera, dopo il lavoro, per imparare nozioni di cultura generale e a confrontarsi nello spirito democratico.

Fu, invece, Kristen Kold ad ampliare questa tipologia di istruzione anche ai ragazzi più giovani, e così nacque, lentamente, l’efterskole per come la conosciamo oggi. L’abitudine di dormire a scuola si è sviluppata col tempo e dipende da motivazioni prettamente pratiche. L’efterskole è un’invenzione danese, e la Danimarca meridionale è un territorio che dal 1864 al 1920 è stato parte dell’impero prussiano (l’attuale Germania). I figli di famiglie danesi nati nel territorio tedesco dovevano frequentare la scuola tedesca, ma al termine degli studi dell’obbligo alcuni decidevano di frequentare per un anno quella “scuola di democrazia” che si trovava giusto al di là del confine. Alcuni, visto che il viaggio poteva richiedere molto tempo, cominciarono anche a passarci la notte. L’ aneddoto spiega anche il nome di questo istituto: “Efterskole” significa, letteralmente, “dopo scuola” (da efter = dopo + skole = scuola). Si trattava, dunque, della scuola che si frequentava dopo il ciclo d’istruzione obbligatorio tedesco.

I valori democratici sono ancora alla base della vita nell’efterskole, motivo per cui tra insegnanti e alunni non si percepisce la stessa distanza vigente nelle scuole italiane – o nelle scuole pubbliche regolari danesi. Gli insegnanti sono figure che vengono rispettate perché adulte, ma non perché detengono il potere di punire gli studenti. Inizialmente, nell’efterskole non esistevano voti, per non sbilanciare la relazione di potere eccessivamente a favore del docente. Si pensava, infatti, che il timore di contraddire il parere dell’insegnante, che si sarebbe potuto vendicare con un voto negativo, impedisse la discussione e il confronto democratico. Oggi gli studenti vengono valutati a fine anno, ma questo spirito è rimasto: il lavoro che si svolge a scuola va al di là dei voti, anziché essere finalizzato principalmente a questi.


L’uguaglianza democratica, infine, esiste anche tra tutti i lavoratori della scuola. La gerarchia delle cariche non è assolutamente marcata nei rapporti umani, tant’è che tutti si danno del tu e condividono momenti di piacere e di lavoro da pari. Nella scuola in cui sto svolgendo il mio servizio di volontariato europeo, a Rejsby, ogni mattina facciamo una “seconda colazione” tra membri del personale. Il preside siede accanto alle cuoche, gli insegnanti insieme alla segretaria e agli addetti alla manutenzione. Io siedo con tutti loro e nessuno mi fa sentire da meno. Il preside e il vicepreside, inoltre, sempre nello spirito democratico della scuola, devono anche insegnare.

L’efterskole è un istituto d’istruzione privato, ma esistono borse di studio e strumenti di aiuto economico per le famiglie che non possono permettersi di iscrivere i propri figli in questa scuola. In alcuni casi, è lo Stato a coprire interamente le spese. Si tratta di una scuola molto ammirata e apprezzata in Danimarca, sia per i suoi pregi formativi che umani. Si dice che nell’efterskole si impari a vivere in comunità e si stringano amicizie che dureranno tutta la vita.

 

Carolina Bonsignori