“Cambiare il mondo è possibile”

Federica Nestola è stata una nostra volontaria al progetto “GIVE – Gaziantep Integration by Volunteers from the EU”, co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

Il progetto prevede la partecipazione di 30 volontari italiani e 10 volontari locali in attività volte a promuovere l’inclusione sociale nella comunità locale tra gruppi diversi, tra cui siriani e turchi.

Dicono che per prendere un’abitudine ci vogliano ventuno giorni. Per abituarmi a Gaziantep ce ne ho messi appena due.

Scendi dall’aereo, contratta per un taxi, prendi il taxi e avventurati in una città deserta a causa del coprifuoco. Welcome to GEGED, com’è andato il viaggio? Avete fame? Vi mostro dove sono le lenzuola.
Ti guardi attorno e ti chiedi se davvero sei lì, se davvero sta iniziando un’esperienza che sognavi da mesi.

La prima volta che sono venuta in Turchia avevo diciotto anni, ancora al liceo. Ho dovuto chiedere al preside di saltare la simulazione della terza prova, perché non potevo non partire.
Ho passato due settimane ad Ankara con i bambini siriani, rifugiati nel campo nella periferia della città, sempre per un progetto Erasmus Plus.


Da quel momento questo programma è diventato il mio pane quotidiano, ma mai avrei pensato che arrivasse a portarmi proprio a Gaziantep, questa strana città ad una manciata di chilometri da una guerra che va avanti da dieci anni.
Dieci anni. Ditelo lentamente. D-i-e-c-i anni. Pensate a tutto le cose che avete fatto in dieci anni se non riuscite a quantificarli.

Sono sempre stata una dall’ansia di uguaglianza. Fino a qualche anno fa, alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” rispondevo sorridendo di voler cambiare il mondo.
Poi il mondo ho iniziato a studiarlo, a leggerlo, a vederlo, a sentirlo e ad assaggiarlo. E la mia ostinazione ha lentamente lasciato il posto all’amara convinzione che il mondo non si cambia.

Gaziantep però dopo mesi di giornate passate al computer, dopo mesi di Zoom, Meet e schermi blu, mi ha fatto riscoprire la bellezza di guardare negli occhi qualcuno e di riuscire a comunicare anche parlando lingue diverse. Di fare qualcosa per le persone, di ridimensionare i nostri punti di vista. E mi ha ridato l’entusiasmo.

Ad ogni “Com’è Gaziantep?” ho sempre risposto che è meravigliosamente irriverente. Per me non è Turchia, è un blend di culture, colori, sapori, tradizioni, lingue e facce che incontro per la prima volta e che per la prima volta mi fa sentire piccolissima. E che mi meraviglia ad ogni angolo.
È un posto che ho sentito casa fin da subito: i due centri giovanili dove abbiamo svolto le attività e i Merhaba urlati entrando, la bakery sulla strada dove chiedevamo ogni giorno Bir peynirli ekmek, un pane al formaggio che con un po’ di miele è la cosa più buona del mondo.
I bambini, uno per uno. Con le loro storie, la loro energia e i loro occhietti vispi. E le attività, dove un giorno ti improvvisi cantante e quello dopo insegnante di inglese. Dove un giorno ti ritrovi a fare collane di pasta e quello dopo chiedi a questi piccoletti come si scrive l’alfabeto arabo.


Poi c’è Halfeti e la moschea nell’acqua, c’è la signora Abla che fa il gozleme, c’è Mardin e il sito della Farnesina da non leggere. Ci sono i carri armati e i check point lungo il confine, c’è Amal4education a Kilis, con le sue porte blu e i suoi sette chilometri dalla Siria. C’è la cava nel basement, ci sono i volontari locali con la loro energia, c’è il traffico pazzo di Gaziantep e il thè bevuto a tutte le ore. C’è Fedi che fa i falafel più buoni del mondo, c’è la musica ogni minuto, c’è l’avere sempre gente attorno. C’è il muezzin che chiama alla
preghiera e ti sveglia la mattina alle 6, ci sono i boccioni di acqua potabile e i posti da cui si vede Gaziantep dall’alto, brulicante e piena.

Gaziantep ha il potere magico di farti rallentare, di farti ridimensionare non solo chi sei, ma anche la realtà che vivi, ma che senza pietà ti sbatte in faccia una verità cruda, scomoda. Ed è una verità che ti fa chiedere, sottovoce: cosa stiamo davvero facendo per le future generazioni? Ed ancora, cosa stiamo davvero facendo per ridurre le disuguaglianze?

Non abbastanza. Ma la me sul volo di ritorno in Italia ha lasciato Gaziantep con due certezze: la prima è che ci tornerò. La seconda, invece, la più solida, è che cambiare il mondo è possibile. Abbiamo solo bisogno della giusta energia.

Federica Nestola

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