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Il resoconto di Simone della sua esperienza ESC

Il racconto di un nostro volontario al progetto “GIVE – Gaziantep Integration by Volunteers from EU”, co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

Il progetto prevede la partecipazione di 40 volontari in attività volte a promuovere l’inclusione sociale nella comunità locale tra gruppi diversi, tra cui siriani e turchi.

Dissemination Gaziantep Simone Trucco

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Il Racconto di un volontariato a Gaziantep

Il racconto di un nostro volontario al progetto “GIVE – Gaziantep Integration by Volunteers from EU”, co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

Il progetto prevede la partecipazione di 40 volontari in attività volte a promuovere l’inclusione sociale nella comunità locale tra gruppi diversi, tra cui siriani e turchi.

“Dopo 6 mesi di studio ininterrotto, finalmente si riparte. Una partenza strana, fatta di distanze e controlli. Mi stupisce la preparazione di Trenitalia e Aereoporti di Roma, così come l’incompetenza di Turkish Airlines (almeno a Roma): prima mi fa trasferire tutto dallo zaino alla valigia per poi imbarcare entrambe, poi il caos nell’entrata nell’aereo, infine solita calca nell’uscita. I posti non sono alternati e tutti si agitano per trovare un sedile più isolato. In più un gruppo di donnone georgiane inizia una lunga e difficile contrattazione quando ci viene chiesto di firmare una autodichiarazione sul covid. Che dire… può andare solo meglio!

Mi trovo a Gaziantep, regione dell’antologia Sud Orientale, a circa 100 km da Aleppo, 50 dal confine Siriano. Qui è dove vivo, la sede dell’Associazione GEGED. Un vero e proprio fortino di stile armeno. Come una sorta di ostello, viviamo in una ventina, soprattutto italiani. Sembra che abbia la camera migliore, visto che è fresca e ha una doccia nuova, cosa non male quando sono circa 35°. Molto preoccupante è che quasi tutti gli italiani siano del nord, con solo una di Benevento, me, una fiorentina e tutto il resto più a nord. Cosa farò esattamente lo saprò solo lunedì.

Il primo pasto è fatto sul momento da una nonnina di fronte al mio fortino. La cucina per ora è stata sbalorditiva, molto simile a quella del sud Italia ma mantenendo ancora molto le tradizione. Sembra che la regione sia infatti piuttosto conservatrice, anche in virtù della presenza dei siriani. Lo strumento che usa, questa sorta di bastone, pare essere molto usato in medio oriente. Come fosse un mattarello, non si passa però sopra ma l’impasto si arrotola.

Per anni abbiamo vissuto nella menzogna. Quello che sembra una sorta di grande arrosticino, è un Kebab. Quello che invece noi chiamiamo erroneamente Kebab si chiama invece, come correttamente si fa in Germania, dove vivono milioni di turchi, Döner. Ancora diverso lo Shawarma, che è quella colonna di carne che gira attorno alla griglia elettrica, e che per noi sarebbe sempre un Kebab, ma che messo con pane e altro e più sostanzioso di un Döner che è considerato un cibo veloce, mentre il Kebab (quello vero) si mangia seduti e con tante verdure.

Gaziantep è molto grande, con oltre 2 mln di abitanti. È uno dei principali luoghi di fuga dei siriani con lo scoppio della guerra civile nel 2011, con circa 600.000 solo qui in città. Alcuni quartieri sono abitati solo da loro e la cosa ha evidentemente creato parecchi attriti sociali. La situazione bellica la vedremo più avanti. Per il momento basta dire che la città è poco uniforme: ci sono dalle case antiche armene a grandi palazzi moderni, viuzze che potrebbero essere in Sicilia e zone industriali nel bel mezzo della città, dove mi pare si producano molte scarpe.

A primo impatto non posso che notare una certa somiglianza con il Marocco, ma con almeno una grossa differenza: non è così caotico. Le strade sono generalmente pulite, molti parchi tenuti bene, ci sono marciapiedi ovunque. Soprattutto, specie in questo momento di epidemia (da quanto capito Gaziantep è la città più colpita dopo Istanbul e Ankara, più grandi di questa), si fa molto più caso all‘igiene (anche se la stretta di mano rimane un must) e direi la maggioranza delle persone indossa mascherine (anche se credo sia obbligatorio per legge).

Sin da subito non ho potuto non notare un fatto eclatante: l’accessibilità della città. Davvero in tutti i marciapiedi sono presenti i percorsi per cechi e vi sono rampe ovunque per le carrozzelle. Persino le strisce pedonali hanno il percorso per ciechi come in foto, cosa che non avevo mai visto prima. Un sistema che fa invidia alla Scandinavia. Da quanto mi dicono dovrebbe essere così in tutta la Turchia. Complimenti a un Paese che ha certamente meno risorse di noi ma che, almeno per questo, sa essere incredibilmente inclusivo. A proposito di strisce, va però detto che il pedone non ha mai la precedenza, salvo non ci sia un semaforo. Se passi, non contare che la macchina che ti viene incontro rallenti.

La questione armena o come la definisce il premier “fatti del 1915” è come noto un punto molto controverso. Mi limito a riprendere il punto di vista turco, dal momento che usare quella parola qui è punito da 6 mesi a 2 anni di carcere, e mi è stato detto di stare attenti ai social. In Francia, di contro, negarlo è un reato. Per la Turchia appunto, molti armeni sono morti di fame nei trasferimenti voluti dall’allora Impero Ottomano per ragioni di difesa. Gli armeni erano infatti filorussi (ambo cristiani) con la Russia in guerra con l’Impero. I francesi, alleati dei russi e quindi neminici dei turchi, fornivano armi agli armeni e spingevano da sud, dalla Siria, conquistando Gaziantep dopo una “eroica difesa” a cui è dedicata il museo in foto, interno alla fortezza di Gaziantep.

[…]

Al di là delle attività, va detto che la permanenza a Geged, la mia associazione ospitante, è stata indimenticabile. La struttura bellissima in stile armeno. Con i miei compagni di avventure mi sono trovato molto bene, molto meglio di quanto mi aspettassi. Il personale del associazione, ragazzi più o meno della nostra età, sempre disponibili e parte del gruppo.

Fatto curioso. Stavamo giocando con alcuni bambini syriani. A un certo punto loro che avevano dai 5 agli 8 anni, ci chiedono di giocare a scacchi. Loro, non noi. Wow.

La cosa che più mi ha colpito della Turchia è la gentilezza delle persone, almeno nei nostri confronti. Sono davvero numerosi gli episodi che da noi difficilmente si vedrebbero: da chi ci ha portato da un luogo all’altro quando ci siamo persi all’autista del bus pubblico che aspetta che una di noi fosse andata in bagno. Una in particolare merita qualche parola: Habla, la donnona nella foto. Gestisce un piccolo ristorante davanti all’associazione dove ho mangiato quasi tutti giorni – benissimo e a un prezzo stracciato (ca 1€ a pasto). Poca scelta, ma se chiedi qualcosa nello specifico il giorno dopo c’è. Se tutto questo non bastasse, raccoglie donazioni tra gli amici e compra mobili e oggetti per famiglie povere. Siamo andati insieme al mercato e abbiamo comprato un frigo, un divano e alcune coperte.

Una cosa buona però sicuramente l’abbiamo fatta. Per puro caso abbiamo conosciuto questa scuola di syriani gestita da una piccola associazione. Offrono gratuitamente lezioni di turco e syriano a bambini syriani presi dalle strade e che non frequentano scuole pubbliche. Queste sono gratuite per i syriani ma molte famiglie, soprattutto quelle composte da una vedova, hanno necessità di mandare i bambini anche giovanissimi a lavorare o chiedere elemosina.

Nonostante il chiaro impatto della scuola “Rainbow” sui circa 40 bambini che la frequentano, il centro stava per chiudere a causa di difficoltà economiche. L’affitto doveva essere pagato venerdì scorso e non avevano praticamente nulla dei circa 700$ necessari a pagare i prossimi 3 mesi. Il contratto sarebbe quindi scaduto. Abbiamo quindi lanciato una raccolta fondi interna raggiungendo la cifra richiesta e pagando l’affitto. La struttura manca però di una solida organizzazione in grado di provvedere a trovare donatori regolari e partecipare a bandi. In questo senso una persona più giovane, mio caro amico, dovrebbe prendere il posto dell’anziano direttore.

Non solo vacanze… la nostra principale attività è stata fare lezioni/tandem in inglese a syriani ma soprattutto turchi, peraltro in numeri molto limitati dovuti al covid. La cosa ci ha tutti abbastanza delusi, visto che ci aspettavamo di lavorare più con i syriani, essendo anche quanto scritto nell’infopack. A quanto pare era così un tempo, ma per problemi vari la nostra associazione ospitante non lavora più con associazioni syriane. Oltretutto eravamo davvero troppi volontari per il numero di attività possibili, con 1-2 lezioni da 2 ore a settimana.

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Un’esperienza ESC lungo il confine a sud della Turchia: persone, storie e culture

Luigi Pappalardo ha partecipato al progetto di volontariato ““GIVE – Gaziantep Integration by Volunteers from EU”, co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

Il progetto prevede la partecipazione di 10 volontari in attività volte a promuovere l’inclusione sociale nella comunità locale tra gruppi diversi, tra cui siriani e turchi.

L’esperienza con gli European Solidarity Corps (ESC) in Turchia è qualcosa che ti toglie il fiato e un ricordo che ti arricchisce per lungo tempo. Mi chiamo Luigi e la scorsa estate ho partecipato ad un’esperienza di volontariato europeo con l’associazione giovanile Gaziantep Eğitim ve Gençlik Derneği, comunemente nota come GEGED a Gaziantep, nel sud della Turchia, grazie a Scambieuropei e al fondo Corpo Europeo di Solidarietà.

Il volontariato consisteva nel collaborare con dei centri di formazione turchi per l’educazione dei giovani della città. Gaziantep è una città particolare, che dall’inizio del conflitto siriano nel 2011 è cambiata tantissimo. Oggi ospita oltre mezzo milione di rifugiati siriani che vivono in una città che oggi rappresenta uno dei migliori modelli di integrazione al mondo. Proprio la diversità etnica, culturale, sociale e di visioni, ma anche paesaggistica, biologica e storica è ciò che più mi ha meravigliato di questo interessantissimo paese. Mille paesi in un paese solo.

Se dovessi partire da un’immagine a caso che ancora ho fissa nella mente, la risposta sarebbe immediata: Sunset point! Insieme agli altri volontari, abbiamo viaggiato molto per il paese e la bellezza dei paesaggi ci ha reso dei veri e propri cacciatori di tramonti. Abbiamo provato anche a cacciare l’alba, ma abbiamo sempre fallito miseramente, svegliandoci troppo tardi. 

Nemrut Dağı

Nonostante le giornate trascorse in mezzo al nulla, circondati solamente da splendidi paesaggi e animali di cui ignoravo l’esistenza, molto più simili a dei Pokemon, devo però ammettere che la diversità di storie che le persone ci hanno raccontato è l’aspetto più profondo e bello. Gaziantep è una specie di frontiera tra quello che è l’ovest della Turchia “europea” e l’est “mediorientale” del paese. L’unica certezza è che ovunque andrai, le bandiere turche e le immagini di Atatürk ti seguiranno.

Maglietta UNICEF con immagine di Mustafa Kemal Atatrük

Andando verso est, arriviamo nella regione curda della Turchia. Sappiamo tutti della difficile situazione politica che vivono i curdi in Turchia, siamo andati perciò quasi in punta di piedi, ma con tanta curiosità di parlare direttamente con loro. Se alcune persone non si aprivano, cercando di evitare di parlare della loro etnia o delle loro storie, altre in realtà si sono presentate subito come curdi, mostrando la loro fierezza, come Mohammed il tassista che ci ha portato in un sito archeologico sulle note di Kêçika Kurdistan e che però doveva cambiare canzone ai checkpoint lungo la strada. È stato bellissimo quando dicevo che venivo dall’Italia e la risposta era sempre la stessa: “Ah Italia! D’Alema!”, famosissimo per le vicende politiche che riguardavano il leader curdo Öcalan.

Radio del taxi di Mohammed – Mehmet Aksu – KEÇKA KURDİSTAN

Abbiamo sentito anche storie meno divertenti, ma comunque molto significative per capire com’è la vita lì. Storie diverse venivano invece lungo il confine sud con la Siria, dove le realtà come Gaziantep di mix tra turchi e arabi siriani sono la normalità. Speciale per noi è stata la provincia turca di Hatay, un territorio storicamente siriano e oggi turco, in cui la popolazione parla sia arabo che turco. Qui abbiamo conosciuto Reyhanlı: una città divisa dalla Siria solamente da delle montagne e due lunghi muri. Una città che come Gaziantep ha visto il numero dei propri abitanti più che raddoppiare con l’arrivo dei siriani. Una piccola Siria in Turchia. Qui però le cose sono ben diverse da Gaziantep in termini di stili di vita e servizi pubblici quasi totalmente assenti.

Muro al confine tra Turchia e Siria a Reyhanlı

Siamo stati ospiti presso una famiglia siriana che ci ha parlato dei problemi comuni che i siriani vivono in Turchia, nonostante dovrebbero avere diritto all’accesso dell’assistenza per i rifugiati secondo il diritto internazionale, ma che per un sistema di protezione interno turco, non ricevono alcun aiuto se non dalle organizzazioni locali e internazionali no profit. Ci ha parlato e mostrato anche il loro lavoro per aiutarsi a vicenda e presentato numerose persone e storie. In una parola, descriverei le loro tante storie in resilienza, cioè la capacità che hanno sempre avuto di sopravvivere e reinventarsi per andare avanti nonostante tutte le difficoltà. Ci sono stati però, anche momenti, molti a dir la verità, in qui non si parlava perché avevamo le bocche piene, i pranzi in famiglia, molto simili a quelli delle nonne italiane in termini di abbondanza.

Tipico antipasto siriano quando ci sono ospiti.

La Turchia è un paese che presenta sempre cose nuove, persone, ambienti e storie. Un paese che bisogna visitare aprendosi a chi e a ciò che si ha la fortuna di incontrare al fine di arricchire sé stessi. Ma parlando d’incontri, sicuramente devo ringraziare le meravigliose persone che mi hanno accompagnato in questi viaggi e nelle settimane di volontariato, ossia gli altri volontari ESC e l’associazione giovanile GEGED e ScambiEuropei che hanno reso possibile questa esperienza.

Il mio farewell

 

 

 

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Intervista per GIVE – Gaziantep Integration by Volunteers

Filippo Miavaldi, volontario al progetto “GIVE – Gaziantep Integration by Volunteers” a Gaziantep, in Turchia, ci ha inviato questa intervista a due ragazzi siriani.

Il progetto è co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea e prevede la partecipazione di 10 volontari in attività volte a promuovere l’inclusione sociale nella comunità locale tra gruppi diversi, tra cui siriani e turchi.

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Una giornata a GEGED

Martina Faggion e Simone Trucco hanno prodotto, in collaborazione con l’associazione GEGED e volontari locali, un video per descrivere una giornata tipica a Gaziantep.

Martina e Simone sono volontari del progetto “GIVE – Gaziantep Integration by Volunteers” co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea. Il progetto prevede la partecipazione di 10 volontari in attività volte a promuovere l’inclusione sociale nella comunità locale tra gruppi diversi, tra cui siriani e turchi.

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Essere volontari a Gaziantep

Francesca Pozzebon è una volontaria al progetto di volontariato “GIVE – Gaziantep Integration by Volunteers” a Gaziantep, in Turchia.
Il progetto è co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea e prevede la partecipazione di 10 volontari in attività volte a promuovere l’inclusione sociale nella comunità locale tra gruppi diversi, tra cui siriani e turchi.

Lo spirito di GEGED

Essere volontari a GEGED non vuol dire solo prendere parte alle attività ma vivere una vita in comunità a 360°, conoscere nuove persone da contesti diversi, condividere la loro e la tua cultura e quotidianità, ridere, piangere, scherzare e soprattutto diventare amici.

Attività 

Molte delle attività coinvolgevano sia rifugiati Siriani che giovani del luogo. Il nostro obiettivo era programmare e gestire le attività con duplice funzione: favorire l’apprendimento dell’inglese e la comprensione culturale e integrazione sociale tra gli uni e gli altri.

Scoprire la Turchia  

Essere volontari in Turchia ha i suoi pregi. Nei giorni festivi infatti noi volontari potevamo partecipare a uscite di gruppo e organizzare dei viaggi alla scoperta delle meraviglie della Mezzaluna fertile. Tra le nostre mete: Halfeti, con un tour in barca sul mitologico Eufrate, Cappadocia, con i suoi meravigliosi paesaggi e le mongolfiere, Pamukkale, la valle di cotone, Antalya, la meravigliosa costa dal mare cristallino, Mardin e Şanlıurfa, vicinissime a Gobekli Tepe, il sito archeologico più antico al mondo, risalente a 11600 anni fa.

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(English) Report Experience the Change

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in Inglese Americano.

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Come posso restituire un volto a chi ha lottato contro l’oppressione ma che è morto prima di vedere la giustizia prevalere?

Un breve racconto inviatoci e tradotto da Cristina Russo, volontaria ESC al progetto “ESC volunteers in Gaziantep: Be Active for Community Integration“, a seguito di una intervista fatta con gli altri volontari con un uomo siriano conosciuto a Gaziantep.

Il progetto è co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

Come posso restituire un volto a chi ha lottato contro l’oppressione
ma che è morto prima di vedere la giustizia prevalere?

Nel 2011 ero a Dubai, ero un freelance, sono un freelance, ma soprattutto sono un siriano. Dopo qualche mese dall’inizio delle proteste ho sentito il bisogno, la necessità, il dovere, di ritornare in
Siria per essere con chi, e dare voce a chi stava cercando di costruire la libertà e un paese semplicemente diverso. Io e i miei amici abbiamo iniziato a postare sui media le immagini del popolo che esigeva la libertà, e far vedere al mondo ciò che il regime di Bashar al-Assad aveva costruito: inuguaglianza, frustrazione e silenzio, lo stesso silenzio che ora si stava spezzando.

Alcuni dicevano, cosa stai facendo? Cosa pensi che i tuoi video e il tuo supporto porteranno al nostro paese? Tu stai distruggendo il nostro paese, tu insieme agli altri.

Ancora non si aveva a pieno la consapevolezza di quello che stava succedendo o che sarebbe successo, ma sapevo una cosa, una cosa sola era certa, io non stavo distruggendo il mio paese, io stavo attaccando il paese del governo.

Durante i primi mesi delle proteste amici, studenti, giornalisti, il popolo manifestava pacificamente nelle strade. Il governo al-Assad ha applicato una prima strategia di cordon-and-search offensive operation. Isolava i centri urbani usando le security forces e cercava di individuare gli attivisti e i manifestanti. Noi ci nascondevamo nelle foreste durante la notte e le nostre case restavano vuote e silenziose. Un giorno la strategia è cambiata. Il governo ha semplicemente detto STOP. I manifestanti sono iniziati a cadere, uno dopo l’altro, i volti sono iniziati a scomparire e la rabbia a crescere. Alcuni manifestanti iniziarono ad usare delle armi che avevano nelle loro case. Da questo momento tutto è cambiato.

Assad ha iniziato a risponderci con carri armati, con l’esercito altamente equipaggiando. Non sapevo cosa fare, loro avevano i carri armati, noi il popolo e delle armi da caccia. Decido di scappare, per una settimana scompaio dalla mia città. Ritorno ed è tutto vuoto, non una voce di dissenso, non una manifestazione. Il silenzio era ritornato e le voci di quaranta persone della mia città scomparse per
sempre.

All’inizio del 2013 l’esercito di Assad si ritira dalla mia città. Le proteste ricominciano, la gente scende per strada, la mia videocamera si aggiunge a quella degli altri, tutti a firmare e documentare cosa volevamo, cosa stava succedendo e cosa era successo, per far vedere al mondo che noi resistevamo. All’inizio pensavo che il mondo ci stesse guardando, che il mondo vedendo quelle atrocità, quei crimini, sarebbe arrivato. Ci sentivamo liberi e vittoriosi, ma era una bugia, era una illusione, e nessuno arrivò.

I carri armati ritornarono e la situazione si complicò. Le proteste divennero più strutturate e organizzate, con il supporto del FSA. Un giorno, durante una operazione di attacco a una base di Assad, qualcuno del FSA mi disse: vieni con noi. Io non sapevo che fare, per la prima volta da quando ero tornato. Andai con loro, ma sentivo che stavo andando a morire. Da quella operazione solo in quaranta torneremo a casa. Fu allora che compresi per la prima volta una agghiacciante verità: le proteste erano diventate una guerra.

Nel 2014 la situazione cambia ancora e penso che accada il più grande errore sin dall’inizio delle proteste. All’inizio mi fidavo del FSA, alcuni di loro li conoscevo da un tempo lontano, erano amici,
volti conosciuti che erano lì per proteggere i protestanti, per proteggere noi. Alcuni di loro resistono ancora nel mio cuore, come eroi. La difesa diventa attacco e, da non so dove, forse dall’alto, forse dall’inferno arrivano i gruppi islamisti. Noi non volevamo il loro aiuto, non mi fidavo di loro. E tutto divenne solo violenza contro violenza. La mia città si chiuse in un perimetro scandito da carri armati e armi. Bambini, donne, anziani, Tutto, ogni cosa diventa il target di Assad. Tutto diventa militari contro militari, caos e morte. Un altro errore.

Alcuni dicono che sono un illuso, come potevo pensare di vincere una guerra senza armi e senza un esercito? Semplicemente, io, non volevo che si generasse una guerra, io volevo fermarmi prima, volevo fermarmi alle proteste pacifiche. Eravamo circa 20 milioni di persone in Siria, potevamo farcela.

Dopo il 2014 la situazione divenne sempre più complicata. C’era al-Nusra, Al-Qaida , Daesh, il FSA, forze dall’Afghanistan, Hezbollah, gruppi iracheni, l’esercito governativo, le truppe statunitensi, quelle russe. Io andavo semplicemente in giro per filmare il mio paese che era diventato irriconoscibile. Mi fermavano per strada e ognuno aveva qualcosa da dire sulla mia barba. Troppo corta, troppo lunga. La Siria non era mai stata così.

Sin dall’inizio delle proteste alcuni si spostavano da una città all’altra. Quando nessun posto in Siria era più sicuro il mio popolo ha iniziato ad attraversare i confini. Sin dal 2012 molti attraversarono il confine con la Turchia. Ed io? Io non sono un soldato, non so combattere e molti come me non erano soldati, ma rispondevamo tutti NO, devo stare qui. Devo restare qui. Se vado via, se tutti i siriani vanno via, nel mio paese resterebbero solo il governo di Assad, i suoi sostenitori e il terrorismo. Non posso farlo succedere. Io non sono Iron Man, non sono invincibile. Basta un secondo e per la volontà di qualcuno sono morto. Ma io credo di essere forte perché credo di credere ancora nella rivoluzione.

Ma un giorno non ero più solo un giornalista e un siriano. Sono diventato padre. E ho iniziato a sentire paura, una paura diversa rispetto a quella che ho provato quando mi hanno rapito. Non potevo
rischiare più, non potevo sopportare il pensiero di poter perdere la mia famiglia. Le scuole in Siria erano chiuse o troppo pericolose, non potevo dare una vita alle mie figlie. Ed è in quel momento che
ho deciso di venire in Turchia.

In Turchia ho incontrato diversi Siriani. Penso che oggi i Siriani siano divisi in tre categorie. C’è chi vuole andare maledettamente in Europa, perché vede lì un futuro migliore. C’è chi conserva ancora
la speranza che potrà tornare, un giorno, nella propria casa. E c’è chi non vede il futuro. C’è chi vive alla giornata e a cui non importa la Turchia o l’Europa o la Siria, non il domani, solo il sopravvivere oggi. A loro non interessa l’educazione, non interessa mandare i figli a scuola o imparare una lingua o qualcosa per avere un futuro. Loro sono persi.

Io diventerò vecchio, tra cinque anni avrò 50 anni e quando guardo alle mie bambine voglio che siano loro la prossima Siria. Perché un giorno la guerra sarà finita e loro dovranno ricostruire. Non devono dimenticare di essere siriani, per questo insegno l’arabo alle mie bambine. Per questo gli rispondo quando mi chiedono cosa è la Siria e dove sono i loro nonni, perché voglio che conoscano il proprio paese. Mi chiedono spesso dove sono i loro nonni, io gli rispondo che sono in grossi tendoni. Loro pensano che stiano facendo un campeggio, e vogliono andare da loro perché è divertente campeggiare.

Vedo anche altri bambini in Gaziantep, non sono miei, sono della strada, non hanno educazione, non sono integrati, hanno solo un lavoro sottopagato per aiutare la famiglia. Anche loro sono la futura Siria, ma loro sono persi in Siria e in Turchia, loro sono la lost generation.

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“What can you do?” – il mondo a Gaziantep

ESC volunteers in Gaziantep: Be Active for Community Integration” è un progetto di volontariato co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea con il supporto delle associazioni Scambieuropei e GEGED.

Il progetto si svolge in Turchia, a Gaziantep, e vuole supportare l’inclusione tra i rifugiati siriani all’interno della comunità locale attraverso uno scambio culturale e la messa in pratica di attività sociali.

Chiara è una delle volontarie che è partita a Luglio. Al suo ritorno, ci ha inviato questo docu-video realizzato durante il progetto.

E’ il prodotto della collaborazione con altre due volontarie spagnole, Lucia e Bea, con cui ho stretto un forte legame durante questi due mesi in Turchia. Insieme abbiamo deciso di raccogliere le testimonianze di cittadini turchi e siriani a Gaziantep, di tutte le fasce d’età, e farci raccontare parte della loro vita, dei loro sogni e delle sfide che incontrano ogni giorno. La nostra idea era quella di mettere a confronto queste due realtà che coesistono, mettere in luce il fatto che i desideri e i progetti futuri di queste persone non sono poi così diversi tra loro e non dipendono dal paese in cui sono nati, ma certamente incontrano ostacoli differenti sulla strada della loro realizzazione. La nostra è una piccola campagna sociale rivolta alla popolazione turca, e a chiunque nel mondo volesse ascoltare, per accrescere la consapevolezza che noi tutti abbiamo la capacità di migliorare la vita di chi ci sta intorno, ma soprattutto per far nascere nel cuore di chi ascolta una domanda: “e io, cosa posso fare?“.

Chiara Cattaneo

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Dagli occhi di un siriano: il volontariato di Giuseppe

Il nostro volontario Giuseppe Riccardi è stato a Gaziantep grazie al progetto “EU for Us“, co-finanziato dal programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea e supportato dall’Agenzia Nazionale per i Giovani.

 

Nei suoi mesi di volontariato, ha sviluppato diverse iniziative, laboratori per favorire l’inclusione dei giovani siriani nella comunità locale nonché creare attività per la gente del posto favorendo crescita, senso di iniziativa e interculturalità.

 

Tra le diverse iniziative, Giuseppe ha pensato e sviluppato quello che è il suo progetto personale: la tesi sull’esperienza a Gaziantep in cui ha inserito una raccolta di fotografie scattate da un rifugiato siriano a cui ha chiesto di ritrarre ciò che più rappresentasse, secondo il suo punto di vista, la città vista dagli occhi di un siriano.

 

Qui di seguito una selezione della raccolta.