Il mio SVE in Danimarca: non è mai troppo tardi per scoprire se stessi

La vita è una serie di calcoli sbagliati, di piani che non si realizzeranno per il sopraggiungere di incognite che non avevamo considerato. La mia incognita inaspettata si chiama Servizio Volontario Europeo ed è colpa sua se il mio futuro assumerà forme impreviste. Il Servizio Volontario Europeo è un programma di volontariato internazionale che grazie al supporto della Commissione Europea permette ai giovani tra i 18 e i 30 anni di lavorare come volontari all’estero per un periodo compreso tra i 2 e i 12 mesi.

Anche io come migliaia di cittadini europei ho deciso di prendere parte a questo progetto e ottenuta la mia Laurea Magistrale in Traduzione sono partita nel febbraio 2018 alla volta della Danimarca. Uno scherzo del destino ha fatto in modo che il mio progetto di volontariato si svolgesse a Aarhus, la Capitale Europea del Volontariato per il 2018. Per me questo ha significato assumere le vesti di volontaria imparando da coloro che erano stati premiati per essere i migliori e avere la possibilità di respirare tutta l’Europa nella regione che avevo cominciato a chiamare casa. Perché essere Capitale Europea del Volontariato significa essere il risultato delle migliori lezioni apprese dalle città europee che nel passato hanno ottenuto questo titolo, ovvero Barcellona, Lisbona, Londra e Sligo, e, allo stesso tempo, essere un palcoscenico per ispirare tutte le candidate future. Insomma, un punto di arrivo per l’intera Europa che è, allo stesso tempo, anche un punto di partenza.

Il Servizio Volontario Europeo è tra i programmi dell’Unione Europea meno conosciuti, oscurato come è dall’Erasmus+ che permette agli universitari di studiare all’estero. Nella mia vita ho avuto la fortuna di prendere parte sia a un Erasmus+ for Studies sia a uno SVE e posso dire che si tratta di progetti molto diversi tra di loro. Studiando in Germania ho potuto inserirmi in un contesto che, per quanto lontano da casa mia, manteneva dei tratti a me molto familiari: l’ambiente universitario, il mio campo di specializzazione, persone a me molto affini con cui, nonostante la diversa nazionalità, condividevo la stessa età, gli stessi interessi, la stessa visione del mondo, a volte persino la lingua. Dopo esperienze di lavoro e tirocinio all’estero, per me studiare in Germania con il programma Erasmus+ ha significato vestire di nuovo i panni della chiocciola e spostare ancora una volta il mio guscio-casetta in un altro luogo per proseguire la quotidianità secondo il mio stile di vita. Sicuramente il mio guscio ne è uscito arricchito, sicuramente più colorato, ma, ad ogni modo, intatto e non molto diverso rispetto a prima della mia partenza.

Con l’aspettativa di ritrovarmi di nuovo parte di questo meccanismo ben collaudato in passato, sono partita per il mio Servizio Volontario Europeo. Non ci è voluto molto prima di capire che prendere parte a uno SVE è qualcosa di totalmente diverso perché ti inserisce in un contesto in cui non c’è più niente del tuo passato a cui aggrapparsi. Non ci sono pareti, non ci sono punti di riferimento. Ti ritroverai a svolgere attività che non hai mai fatto prima o a fare qualcosa che hai sempre fatto, ma in un modo totalmente diverso. Ti ritroverai a prendere parte in un progetto in cui farai la differenza solo se avrai una chiara idea di chi sei e di che cosa sai fare e ciò capita nel momento in cui stai mettendo in dubbio tutte le tue certezze. Ricordo ancora la sensazione di smarrimento che ho provato appena arrivata in Danimarca. Era come essere tornata bambina: non capivo la lingua delle persone intorno a me, mi sentivo impreparata di fronte a una cultura lavorativa che abbatte le gerarchie tra capo e dipendente, non sapevo nemmeno come usare la doccia. Niente era automatico, tutto mi doveva essere spiegato, avevo bisogno di tempo per accordare la mia chitarra interiore.

È in questo contesto comune a tutti i partecipanti a uno SVE che comincia un processo straordinario: cominci a scrollarti di dosso tutte quelle cose che hai acquisito dalla tua cultura e dalla società da cui appartieni e ti ritrovi nudo. All’inizio questa nudità ti farà sentire vulnerabile, ma con il tempo diventerà la tua forza: comincerai a capire cosa è importante per te, a decidere quali abitudini nella vita vuoi preservare e quali altre vuoi adottare. Un Servizio Volontario Europeo ti porta a distruggere alle fondamenta il tuo guscio da chiocciola per togliere il superfluo e renderti più autentico, più fedele alla tua vera essenza. E questo è qualcosa che tutti noteranno una volta tornato a casa.

A proposito di casa, è opportuno spiegare che dopo uno SVE questo concetto diventerà molto relativo, come, d’altra parte, quello di famiglia. Almeno questo è ciò che accade quando durante un Servizio Volontario Europeo si viene ospitati, come nel mio caso, da una famiglia locale. Prima della mia partenza mi aspettavo che avrei condiviso un sacco di esperienze con quelle persone, ma mai avrei pensato di diventare un membro della famiglia a tutti gli effetti. Così, oggi, alla domanda “Come sta la tua famiglia?” reagisco sempre con un’incertezza che inevitabile mi porta a chiedere “Quale delle due?”. Al momento, infatti, posso dire di avere due famiglie: una con cui condivido il sangue e l’altra con cui condivido l’amore per il rugbrød, il tipico pane danese.

Se il mio Servizio Volontario Europeo in Danimarca prendesse delle forme fisiche potrebbe essere un paio di scarponi, di quelli che ti portano per pendii ripidi lasciandoti dolorose vesciche ma anche tante soddisfazioni, potrebbe essere un caleidoscopio per quella sua capacità di disorientarmi con tutte le esperienze nuove che mi ha fatto vivere, potrebbe essere una culla per avermi fatto rinascere di nuovo, con gli stessi colori mediterranei, ma con una mentalità più nordica. Potrebbe essere tutte queste cose. Eppure sono convinta che se il mio Servizio Volontario Europeo in Danimarca prendesse delle forme fisiche allora sarebbe un tatuaggio: indelebile e presente per il resto della mia vita. 

Genny Cabas

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La volontaria Genny Cabas sta con questo articolo prendendo parte a un concorso bandito dalla Commissione Europea, “EU in my region”, che dà voce a coloro che stanno prendendo parte a un progetto finanziato dall’Unione Europea. Aiutala a fare della sua esperienza un punto di partenza attraverso il premio in palio: tre settimane di formazione a Bruxelles. Visualizza e vota l’articolo originale al seguente link: http://ec.europa.eu/regional_policy/blog/detail.cfm?id=123