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Il mio SVE in Danimarca: non è mai troppo tardi per scoprire se stessi

La vita è una serie di calcoli sbagliati, di piani che non si realizzeranno per il sopraggiungere di incognite che non avevamo considerato. La mia incognita inaspettata si chiama Servizio Volontario Europeo ed è colpa sua se il mio futuro assumerà forme impreviste. Il Servizio Volontario Europeo è un programma di volontariato internazionale che grazie al supporto della Commissione Europea permette ai giovani tra i 18 e i 30 anni di lavorare come volontari all’estero per un periodo compreso tra i 2 e i 12 mesi.

Anche io come migliaia di cittadini europei ho deciso di prendere parte a questo progetto e ottenuta la mia Laurea Magistrale in Traduzione sono partita nel febbraio 2018 alla volta della Danimarca. Uno scherzo del destino ha fatto in modo che il mio progetto di volontariato si svolgesse a Aarhus, la Capitale Europea del Volontariato per il 2018. Per me questo ha significato assumere le vesti di volontaria imparando da coloro che erano stati premiati per essere i migliori e avere la possibilità di respirare tutta l’Europa nella regione che avevo cominciato a chiamare casa. Perché essere Capitale Europea del Volontariato significa essere il risultato delle migliori lezioni apprese dalle città europee che nel passato hanno ottenuto questo titolo, ovvero Barcellona, Lisbona, Londra e Sligo, e, allo stesso tempo, essere un palcoscenico per ispirare tutte le candidate future. Insomma, un punto di arrivo per l’intera Europa che è, allo stesso tempo, anche un punto di partenza.

Il Servizio Volontario Europeo è tra i programmi dell’Unione Europea meno conosciuti, oscurato come è dall’Erasmus+ che permette agli universitari di studiare all’estero. Nella mia vita ho avuto la fortuna di prendere parte sia a un Erasmus+ for Studies sia a uno SVE e posso dire che si tratta di progetti molto diversi tra di loro. Studiando in Germania ho potuto inserirmi in un contesto che, per quanto lontano da casa mia, manteneva dei tratti a me molto familiari: l’ambiente universitario, il mio campo di specializzazione, persone a me molto affini con cui, nonostante la diversa nazionalità, condividevo la stessa età, gli stessi interessi, la stessa visione del mondo, a volte persino la lingua. Dopo esperienze di lavoro e tirocinio all’estero, per me studiare in Germania con il programma Erasmus+ ha significato vestire di nuovo i panni della chiocciola e spostare ancora una volta il mio guscio-casetta in un altro luogo per proseguire la quotidianità secondo il mio stile di vita. Sicuramente il mio guscio ne è uscito arricchito, sicuramente più colorato, ma, ad ogni modo, intatto e non molto diverso rispetto a prima della mia partenza.

Con l’aspettativa di ritrovarmi di nuovo parte di questo meccanismo ben collaudato in passato, sono partita per il mio Servizio Volontario Europeo. Non ci è voluto molto prima di capire che prendere parte a uno SVE è qualcosa di totalmente diverso perché ti inserisce in un contesto in cui non c’è più niente del tuo passato a cui aggrapparsi. Non ci sono pareti, non ci sono punti di riferimento. Ti ritroverai a svolgere attività che non hai mai fatto prima o a fare qualcosa che hai sempre fatto, ma in un modo totalmente diverso. Ti ritroverai a prendere parte in un progetto in cui farai la differenza solo se avrai una chiara idea di chi sei e di che cosa sai fare e ciò capita nel momento in cui stai mettendo in dubbio tutte le tue certezze. Ricordo ancora la sensazione di smarrimento che ho provato appena arrivata in Danimarca. Era come essere tornata bambina: non capivo la lingua delle persone intorno a me, mi sentivo impreparata di fronte a una cultura lavorativa che abbatte le gerarchie tra capo e dipendente, non sapevo nemmeno come usare la doccia. Niente era automatico, tutto mi doveva essere spiegato, avevo bisogno di tempo per accordare la mia chitarra interiore.

È in questo contesto comune a tutti i partecipanti a uno SVE che comincia un processo straordinario: cominci a scrollarti di dosso tutte quelle cose che hai acquisito dalla tua cultura e dalla società da cui appartieni e ti ritrovi nudo. All’inizio questa nudità ti farà sentire vulnerabile, ma con il tempo diventerà la tua forza: comincerai a capire cosa è importante per te, a decidere quali abitudini nella vita vuoi preservare e quali altre vuoi adottare. Un Servizio Volontario Europeo ti porta a distruggere alle fondamenta il tuo guscio da chiocciola per togliere il superfluo e renderti più autentico, più fedele alla tua vera essenza. E questo è qualcosa che tutti noteranno una volta tornato a casa.

A proposito di casa, è opportuno spiegare che dopo uno SVE questo concetto diventerà molto relativo, come, d’altra parte, quello di famiglia. Almeno questo è ciò che accade quando durante un Servizio Volontario Europeo si viene ospitati, come nel mio caso, da una famiglia locale. Prima della mia partenza mi aspettavo che avrei condiviso un sacco di esperienze con quelle persone, ma mai avrei pensato di diventare un membro della famiglia a tutti gli effetti. Così, oggi, alla domanda “Come sta la tua famiglia?” reagisco sempre con un’incertezza che inevitabile mi porta a chiedere “Quale delle due?”. Al momento, infatti, posso dire di avere due famiglie: una con cui condivido il sangue e l’altra con cui condivido l’amore per il rugbrød, il tipico pane danese.

Se il mio Servizio Volontario Europeo in Danimarca prendesse delle forme fisiche potrebbe essere un paio di scarponi, di quelli che ti portano per pendii ripidi lasciandoti dolorose vesciche ma anche tante soddisfazioni, potrebbe essere un caleidoscopio per quella sua capacità di disorientarmi con tutte le esperienze nuove che mi ha fatto vivere, potrebbe essere una culla per avermi fatto rinascere di nuovo, con gli stessi colori mediterranei, ma con una mentalità più nordica. Potrebbe essere tutte queste cose. Eppure sono convinta che se il mio Servizio Volontario Europeo in Danimarca prendesse delle forme fisiche allora sarebbe un tatuaggio: indelebile e presente per il resto della mia vita. 

Genny Cabas

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La volontaria Genny Cabas sta con questo articolo prendendo parte a un concorso bandito dalla Commissione Europea, “EU in my region”, che dà voce a coloro che stanno prendendo parte a un progetto finanziato dall’Unione Europea. Aiutala a fare della sua esperienza un punto di partenza attraverso il premio in palio: tre settimane di formazione a Bruxelles. Visualizza e vota l’articolo originale al seguente link: http://ec.europa.eu/regional_policy/blog/detail.cfm?id=123

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Esperienza all’estero: come fare?

Carolina è la volontaria di Scambieuropei che sta svolgendo il suo servizio in Danimarca grazie a Dansk ICYE. In questo articolo ci spiega perché è importante fare un progetto di volontariato finanziato dal Programma Erasmus+!

Vuoi partire per un’esperienza all’estero ma non sai cosa fare? Non ti hanno preso per quell’Erasmus che volevi tanto fare e ora sei bloccato in Italia? Trovare lavoro all’estero è difficile e non sai se puoi permetterti di fare un soggiorno studio? Be’, non ci hai ancora pensato, ma una soluzione c’è. Fare uno SVE.

Lo so, suona come una pubblicità, e un po’ lo è, ma non c’è niente di male, anzi. Sempre più giovani, soprattutto in Italia, hanno voglia di partire, allontanarsi dalla loro routine noiosa e poco produttiva, imparare una nuova lingua o perfezionare l’inglese – un incubo per molti –, ma spesso non sanno come fare o non possono permetterselo. Tutti conoscono l’Erasmus e vogliono partire, ragazze e ragazzi alla pari si scoprono babysitter perfetti anche se fino al giorno prima non sopportavano i bambini, ma almeno così riescono a fare quella maledetta esperienza all’estero che fa figo, sembra un sacco divertente e ormai tutti dicono che fa una bella figura sul CV.

Ma l’Erasmus non è solo soggiorni di studio all’estero pieni di feste, amici da ogni dove e learning agreement modificati mille volte. Il programma Erasmus+ comprende una serie di progetti e iniziative di scambio per giovani, non solo studenti, che sono altrettanto entusiasmanti e formative, ma meno conosciute.

Lo SVE, il Servizio Volontario Europeo (EVS in inglese), è uno di questi. Si parte per un paese membro o partner dell’EU – quindi anche in altri continenti! – per svolgere attività di volontariato per un periodo che va dalle 2 settimane ai 12 mesi. E non fatevi spaventare dalla parola “volontariato”: se il lavoro con persone in difficoltà come poveri, anziani o diversamente abili; le attività che riguardano fattorie, animali o protezione dell’ambiente; o il lavoro non retribuito in generale non vi ispirano, potreste comunque trovare un progetto che fa per voi. I volontari collaborano, infatti, anche in organizzazioni sportive, scuole e uffici, ad esempio.

Quindi il vostro volontariato potrebbe essere “professionalizzante” quanto quello stage tanto agognato, che però se viene retribuito una miseria potete già considerarvi fortunati. “Ma il volontariato non è retribuito”, è vero, ma la Commissione Europea copre i costi di vitto, alloggio, trasporto nel paese ospitante – se per ragioni lavorative –, viaggio (o almeno in parte), assicurazione e corso di lingue. Inoltre, i volontari ricevono un “pocket money” poco inferiore alla borsa Erasmus che si riceve per mobilità di studio o tirocinio. La differenza è che mentre con la borsa di mobilità non si paga nemmeno l’affitto, durante uno SVE non si hanno praticamente costi, se non quelli del tempo libero.

Insomma, di motivi per cui uno SVE può essere la scelta giusta se volete fare un’esperienza all’estero ce ne sono eccome. Adesso dovete solo cercare un progetto che faccia per voi e mandare una candidatura. E poi ripetere, ripetere, ripetere. Prendetevi il vostro tempo e lavorate alla candidatura: alcuni progetti potrebbero chiedervi CV e lettera motivazionale, altri di compilare un form in cui parlate di voi e dei motivi per cui vorreste fare questa esperienza. Poi non resta che incrociare le dita per un colloquio e, con tanta determinazione e un pizzico di fortuna, si parte!

Come trovare progetti e candidarsi?
Potete consultare i seguenti link:

Sito di Scambieuropei:
https://www.scambieuropei.info/category/partire/sve/

European Youth Portal – sezione dedicata all’EVS:
https://europa.eu/youth/volunteering/evs-organisation_en

European Youth Portal – sezione dedicata agli European Solidarity Corps (nuovo progetto di volontariato!):
https://europa.eu/youth/solidarity_en

 

Carolina Bonsignori 

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La mia Danimarca in quattro oggetti

Secondo articolo della nostra volontaria Genny Cabas, la quale sta svolgendo il suo SVE in Danimarca.

Dicono che la mente umana sia in grado di elaborare un’immagine a una velocità 60 000 volte superiore rispetto a quella di cui ha bisogno per comprendere un concetto formulato mediante parole. Teoricamente, dunque, il mio compito di avvicinarvi alla Danimarca e alle sue bellezze (nonché alle sue stranezze) dovrebbe essersi concluso nel momento in cui ho pubblicato questa foto. Si sa, d’altra parte, che l’animo umano ama autocelebrarsi e di certo non sarò io a rappresentare l’eccezione alla regola. Perdonatemi, dunque, se per puro diletto personale mi dilungherò in chiacchiere su quello che è considerato uno dei Paesi più felici al mondo.

Gli oggetti che vedete in questa foto sono le colonne su cui si basa la mia concezione della Danimarca. Per prima cosa ho scelto una cartina geografica in segno di ammissione della mia ignoranza. Prima di trasferirmi in Scandinavia avevo sempre identificato la Danimarca con quella lingua di terra collegata alla Germania, lo Jutland. Figuratevi, poi, se potevo mai immaginare che Copenaghen potesse trovarsi su un’isola, per altro raggiungibile con un Flixbus. La verità è che la Danimarca conta più di 400 isole, di cui circa 70 abitate. Tra queste le più grandi sono collegate alla terraferma attraverso strade costruite su futuristici ponti. Quindi se, come me, sognavate romantiche traversate via mare con il vento tra i capelli, vi toccherà preservare quest’esperienza per una crociera tra i fiordi.
Non guasta, a questo punto, farvi sapere che fanno parte della superficie danese anche le isole Fær Øer, ennesimo tentativo dei Danesi di spaventare gli stranieri con nomi impronunciabili, e la Groenlandia. Quest’ultima dista quasi 3000 km dallo Jutland. La domanda sorge, dunque, spontanea: “Perché la Groenlandia non è uno Stato indipendente?”. La risposta che sono riuscita a darmi dopo due mesi è che la Danimarca è molto piccola e aggiungere qualche zero in più ai suoi 42.924 km 2 deve essere sembrato un modo per accrescere l’orgoglio nazionale.

D’altra parte, è sempre difficile comprendere l’estensione di un Paese attraverso un numero e siccome so che credermi sulla parola quando vi dico che la Danimarca è piccola è alquanto difficile, concedetemi un paragone: l’Italia si estende per 301.338 km 2 , il che significa che è approssimativamente 7 volte più grande della Danimarca. 7 volte. Ecco, questa è un’informazione che forse non avrei dovuto condividere perché se mai vi trasferirete qui sicuramente proverete il mio stesso stato di esaltazione quando, guardando una cartina geografica, mi sono accorta che con tragitti di un’ora potevo raggiungere qualunque posto. E fidatevi, questa sensazione vi permetterà di trasformarvi in megalomani che, fieri di un riscoperto e improbabile sangue vichingo nelle vene, cominciano a organizzare gite ovunque, a discapito del proprio portafogli.

Passiamo dunque a un secondo oggetto della mia immagine. Come qualsiasi fotografo amatoriale che si rispetti, ovvero come qualsiasi fotografo che quantifica il proprio successo in base al numero di like che ottiene su Instagram, ho inserito nell’inquadratura un mazzo di fiori per incattivirmi il mio pubblico. Ma attenzione. Se alla vista dei narcisi già vi eravate lasciati andare a un sorriso compiaciuto pensando che la bella stagione non ha limiti geografici, sappiate che siete sulla strada sbagliata. In realtà i fiori in questione rappresentano il simbolo dell’eterna illusione danese: l’arrivo della primavera. La primavera in Danimarca, infatti, comincia in ritardo e ogni sua apparizione in marzo è solo uno scherzo di Baldr, dio vichingo della speranza, che vuole saggiare quanta voi ne siate in grado di coltivare durante la vostra vita.

 

Fidatevi che il clima danese vi porterà a riconsiderare i vostri principi e a ripensare con pentimento a tutte le volte che avete preso in giro i turisti dall’Europa Settentrionale che in primavera si aggiravano già in magliette maniche corte guardando con un’espressione estatica un debole e tiepido sole. E questo perché qui sarete voi i primi a farlo. Non importa quello che starete facendo. Se mai un raggio di sole sfiorerà il vostro viso, abbandonerete tutto e vi precipiterete fuori ripensando ai felici momenti in cui sguazzavate nelle calde correnti del Mediterraneo. Ma poi, proprio come in quei momenti, quando all’apice dell’estasi venivate raggiunti dalle rassicuranti parole materne “Se non esci dall’acqua vengo lì e ti affogo”, qui al Nord sarete accolti da un freddo che vi entrerà nell’anima facendovi dubitare della vostra capacità di sopravvivenza.

Eppure, i Danesi sono abili ingannatori della mente umana. Lo capirete non appena vi renderete conto del numero di candele accese attorno a voi in segno di sfida all’oscurità perenne. Quindi non stupitevi se allo scoccare della mezzanotte del 21 marzo le case cominceranno a sembrare serre tropicali con vivaci fiori primaverili dappertutto.

Passiamo, dunque, al libro. No, non rappresenta il modo in cui i danesi trascorrono il tempo al di fuori del lavoro. Se così fosse stato avrei dovuto fotografare una bicicletta. Il libro pubblicato dal “Centro di Ricerca sulla Felicità” di Copenaghen (e questa non è una battuta, esiste davvero) mi permette di affrontare un pilastro della cultura danese: “hygge”. No, non ho detto “ighe”. No, nemmeno “ughe”… Vabbè, non importa. Tanto la parte più difficile non è pronunciare questa parola, ma capire che cosa ci sia dietro di essa. “Hygge” è traducibile in altre lingue con “coziness”, “koselig”, “hominess”, “gezeligheid” o “Gemütlichkeit”, ma se oserete proporre questi paragoni a un danese dovrete fare i conti con una faccia indignata e una risposta secca: “Hygge è molto di più”. Che cos’è dunque “hygge”? Questa domanda mi ha ossessionata durante i miei primi tempi qui. Se era una cosa così straordinaria, volevo assolutamente provarla sulla mia pelle, per lo meno per dare una speranza alla mia anima incontentabile che sarebbe in grado di essere infelice anche nel Paese più felice del mondo. Ho cominciato quindi a bersagliare di domande chiunque mi capitasse a tiro ed ecco il risultato della mia inchiesta: si prova “hygge” bevendo una tazza di tè caldo di fronte al camino con il proprio fidanzato, guardando la pioggia che cade con una coperta in grembo e candele attorno, trascorrendo il Natale assieme alla propria famiglia, cantando di fronte a un falò d’estate e la mia preferita… bevendo una birra dopo la partita di calcetto. Insomma “hygge” è ovunque purché si ricerchi il piacere delle piccole cose e sono sicura che ognuno di voi si è riconosciuto in almeno una di queste situazioni.

 

Come ultimo oggetto-simbolo ho scelto le mie più acerrime nemiche: le monete. La Danimarca non appartiene all’Eurozona e prevede l’uso della corona danese. La corona è stata introdotta nel Paese nel 1873 in seguito alla creazione della Unione monetaria scandinava insieme alla Norvegia e alla Svezia. Dopo la prima guerra mondiale, però, l’unione si sciolse e ogni stato adottò una valuta indipendente.
In Danimarca è raro pagare in contanti e spesso è possibile pagare solo con la carta di credito. Se però, come me, siete stati risucchiati dalla burocrazia e avete ancora difficoltà a aprire un conto in banca e non usate la vostra carta di credito nazionale per evitare alte commissioni, dovrete sapervi destreggiare con la nuova valuta e saper riconoscere le sue monete. Riconosco che vivere in un Paese con un basso livello di delinquenza ha molti vantaggi e uno di questi è affidare il portafoglio al cassiere ogni volta che vado al supermercato. Eppure non riesco a essere in collera con la corona danese. Non solo perché fare commissioni con una valuta diversa da quella a cui si è abituati permette di non rendersi conto di quanto si stia spendendo (e fidatevi in un Paese con un costo della vita molto elevato, ciò fa molto bene alla coscienza), ma anche perché le monete da 1, 2 e 5 corone sono irresistibili con il loro buco al centro. In quanto al motivo per cui siano così, ho ascoltato molte teorie: per il modo in cui un tempo le monete venivano legate su una cordicella, per essere riconoscibili ai ciechi, per non causare la morte per soffocamento a un bambino semmai le ingoiasse (…), per avere un valore equivalente al metallo utilizzato. Qualunque sia la verità, per me rimangono il motivo per cui non odio la corona danese nonostante la mia vita sarebbe stata molto più semplice se la Danimarca avesse adottato l’euro, specialmente quando vado al bar e mentre pago in contanti il cameriere si chiede se io usi ancora la carrozza con i cavalli.

 

 

Vivere all’estero mi ha insegnato che gli stereotipi spesso sono solo luoghi comuni e che ognuno di noi può ritrovare un Paese in alcuni oggetti. Si tratta di una ricerca molto personale e mi piace pensare che in realtà siano gli oggetti a scegliere noi e non viceversa. Invito tutti voi, la prossima volta che sarete all’estero, a cercare quegli oggetti che identificate con quel Paese. Vi prometto che non ve ne pentirete perché quando tornerete a casa vi faranno rivivere gli stessi profumi, le stesse emozioni e attraverso di quelli avrete una storia da raccontare. Per quanto mi riguarda, non riuscirò più a guardare una cartina geografica danese, dei narcisi, un libro su “hygge” e delle monete senza sorridere.

 

Genny Cabas

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Danimarca: la mia vita tra i vichinghi

Genny, la nostra volontaria SVE in Danimarca, racconta la sua nuova vita!

La mia avventura in Danimarca è iniziata con una frase che mi sarei sentita ripetere molte volte in seguito: “Mi dispiace per il tempo, ma spero che ci farai l’abitudine perché in Danimarca è sempre così”. Delle parole di certo non incoraggianti, ma non ci diedi troppo peso. D’altronde ero già follemente innamorata della Danimarca. Dall’aereo non avevo potuto far a meno di emozionarmi di fronte a tutta quell’acqua che sembrava impossessami di tutto lambendo non solo la costa ma spingendosi fino all’entroterra occupando laghi e fiumi. Per non parlare delle foreste che sembravano ribellarsi all’arroganza dell’uomo che cerca di costruirsi un rifugio a discapito della natura. Con il tempo, però, ho capito il senso di quelle parole di benvenuto. I Danesi amano lamentarsi del tempo: “Che freddo che fa fuori. Te lo immaginavi?”, “Speriamo che arrivi la primavera”, “Dai che quest’anno l’estate sarà diversa e sarà come essere in Italia”. Presto queste esclamazioni rassegnate hanno cominciato a essere una costante nella mia quotidianità e ho cominciato a pensare che in Danimarca le cose andassero così bene che l’unica cosa di cui ci si potesse lamentare fosse il clima. Poi, però, ho capito che questa è solo una mezza verità. Certo, non c’è bisogno di crucciarsi per la disoccupazione in un Paese in cui solo il 4% non trova lavoro, ma ciò che porta i Danesi a sognare costantemente affollate spiagge mediterranee è la loro umiltà. Per loro tutto è più bello al di fuori del proprio paese. Si struggono al pensiero di vivere in un luogo in cui non ci sono montagne, in cui d’inverno fa buio presto e in cui non si possono assaporare le prelibatezze del Sud. Ci è voluto del tempo per far capire alla gente intorno a me che anche in Italia la temperatura d’inverno va sotto lo zero, che non trascorriamo quattro mesi all’anno sulle piste da sci e che, dopotutto, non tutti siamo cuochi provetti.

 

Eppure, ciò non vuol dire che i Danesi non amino il proprio Paese. Al contrario. Lo si capisce dalle bandiere che sventolano dappertutto e che svettano su qualsiasi superficie della casa. Lo si capisce dai loro occhi commossi quando scoprono che stai imparando la loro lingua e che addirittura pianifichi il tuo futuro lì, con loro. Perché è molto probabile che questo è quello che comincerai a fare dopo un mese. Certo, prima di tutto dovrai riprenderti da alcuni traumi, ma se ti farai trovare preparato sono sicura che sarai in grado di superarli facilmente.

Innanzitutto, devi sapere che i Danesi si svegliano prima, pranzano prima, cenano prima e vanno a dormire prima. Sappi, quindi, che non importa quanto tu sia intraprendente e motivato perché sei già in ritardo di due ore sulla loro tabella di marcia. Ancora oggi cerco di convincere la gente intorno a me che se mi sveglio alla 7 non significa che io sia pigra e che il pasto delle 18 lo definirei più una merenda che una cena.

A proposito di ritardi, vivere in Danimarca ti porterà a riconsiderare il tuo orologio biologico. Ti renderai presto conto che i tuoi coetanei se non sono già sposati sono molto vicini a farlo e che i bambini sono dietro l’angolo. Il mio consiglio è quello di non cominciare a contare i giorni che ti restano prima della menopausa e di non cercare ossessivamente il tuo istinto materno. Prenditi il tuo tempo!

Passiamo, dunque, a un aspetto molto importante della vita danese: le candele. Spero che tu non appartenga a quella categoria di persone che temono che una casa possa andare a fuoco con un fiammifero altrimenti per te non c’è speranza. I Danesi amano le candele, sono dappertutto e sempre accese. Fa parte della loro cultura e del loro concetto di “hygge”, una parola impronunciabile per indicare quella sensazione di tepore e benessere che si prova quando ci si sente a proprio agio che sia all’aria aperta o in casa, che sia da solo o in compagnia. Insomma, un concetto molto labile, ma che al di là della cultura ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita.

A questo punto, non posso non metterti in guardia sullo humor danese. Presto imparerai a apprezzarlo, ma soprattutto a riconoscerlo. Nel frattempo fissa la persona che ti rivolge la parola seriamente, studiandone ogni mossa del viso per capire se scherza o meno.

Eppure, se stai ancora leggendo quest’articolo significa che sei una persona che non si spaventa di fronte alle diversità e quindi ti incoraggio a prendere il primo aereo e vivere anche tu un’esperienza nel profondo Nord.

Si dice che bisogna essere coraggiosi per partire e ricominciare la propria vita in un altro paese. Non ho mai capito se il mio sia stato coraggio o incoscienza, ma la Danimarca mi ha fatto capire che nella vita arriva un momento in cui ti guardi attorno e pensi: “Sì, in questo posto ci potrei vivere per sempre”.

 

Genny Cabas

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Danimarca ed educazione: l’Efterskole

Carolina, la nostra volontaria SVE in Danimarca, descrive la scuola presso cui sta svolgendo il suo progetto. L’istruzione danese vista da un punto di vista diverso!

Se si svolge uno SVE in Danimarca, può capitare di ritrovarsi a lavorare in una scuola come aiuto insegnante o membro dello staff “jolly”, per dare una mano dove serve e quando serve. Una cosa che un volontario italiano nota subito è che il sistema scolastico Danese è molto, molto diverso dal nostro. Vi spiegherò perché.

La scuola dell’obbligo dura fino ai 16 anni, come da noi, ma, invece di essere suddivisa in tre diversi cicli fino al conseguimento del diploma – elementari, medie e superiori –, consiste in un’unica scuola che va dalla prima alla decima classe (dai 6 ai 16 anni), per poi dare accesso al liceo o a scuole professionali, che durano altri tre anni. I diplomati dal liceo hanno tra i 19 e i 21 anni, in quanto è normale anche prendersi un po’ di tempo dopo la scuola prima di cominciare il liceo. È altrettanto popolare viaggiare o iniziare a lavorare subito dopo il liceo e posticipare di uno o due anni l’inizio dell’università.

Ma al di là delle differenze nelle tempistiche, c’è un’altra cosa che stupisce e si fa fatica a comprendere appena arrivati in Danimarca, ossia cosa sia e come funzioni un’efterskole. Si tratta di una scuola privata molto speciale che esiste solo in questo paese, frequentata per uno o due anni al massimo prima di cominciare il liceo. Gli studenti all’ottavo e al nono anno di scuola possono, infatti, decidere di trascorrere un anno in un’efterskole, un anno che si ricorda per tutta la vita.


L’efterskole è un collegio dove i ragazzi vivono, studiano, lavorano e passano gran parte del proprio tempo libero per la durata dell’intero anno scolastico. Nei weekend ognuno è libero di tornare a casa, eppure non sono pochi gli studenti che decidono di fermarsi per rimanere coi propri amici. La vita nell’efterskole è regolata da una routine molto precisa, ma questo non significa che ci si annoia. Al contrario, vengono spesso organizzate delle attività di vario genere per staccare dalla monotonia, come tornei, giochi, gite e serate a tema. Inoltre, non bisogna immaginarsi l’efterskole come una scuola dove si studia e basta: esistono diverse aree e zone della scuola adibite al tempo libero, come aree relax con riviste, divanetti e tavolini; la palestra con attrezzature diverse per vari sport, una sala per giocare ai videogiochi, un piccolo cinema e vari giochi da tavola sempre a disposizione. Oltre a studiare, gli alunni sono anche tenuti ad aiutare il personale della cucina e delle pulizie, compiti che svolgono, naturalmente, a turni.

Ma perché avere una scuola del genere? Da dove nasce questa idea?

Il valore che sta alla base dell’efterskole è la democrazia: si tratta di una scuola in cui tutti sono uguali e in cui bisogna imparare a confrontare e discutere le proprie idee. Il fondatore del primo esempio di efterskole, N. F. S. Grundtvig, era in realtà un oppositore degli ideali democratici, perché riteneva che non si potesse affidare le decisioni riguardanti un intero paese nelle mani di una maggioranza non istruita e che non fosse in grado di comprendere e valutare le questioni rispetto alle quali doveva votare. Per risolvere il problema, decise di aprire una scuola per adulti dove i contadini potessero recarsi alla sera, dopo il lavoro, per imparare nozioni di cultura generale e a confrontarsi nello spirito democratico.

Fu, invece, Kristen Kold ad ampliare questa tipologia di istruzione anche ai ragazzi più giovani, e così nacque, lentamente, l’efterskole per come la conosciamo oggi. L’abitudine di dormire a scuola si è sviluppata col tempo e dipende da motivazioni prettamente pratiche. L’efterskole è un’invenzione danese, e la Danimarca meridionale è un territorio che dal 1864 al 1920 è stato parte dell’impero prussiano (l’attuale Germania). I figli di famiglie danesi nati nel territorio tedesco dovevano frequentare la scuola tedesca, ma al termine degli studi dell’obbligo alcuni decidevano di frequentare per un anno quella “scuola di democrazia” che si trovava giusto al di là del confine. Alcuni, visto che il viaggio poteva richiedere molto tempo, cominciarono anche a passarci la notte. L’ aneddoto spiega anche il nome di questo istituto: “Efterskole” significa, letteralmente, “dopo scuola” (da efter = dopo + skole = scuola). Si trattava, dunque, della scuola che si frequentava dopo il ciclo d’istruzione obbligatorio tedesco.

I valori democratici sono ancora alla base della vita nell’efterskole, motivo per cui tra insegnanti e alunni non si percepisce la stessa distanza vigente nelle scuole italiane – o nelle scuole pubbliche regolari danesi. Gli insegnanti sono figure che vengono rispettate perché adulte, ma non perché detengono il potere di punire gli studenti. Inizialmente, nell’efterskole non esistevano voti, per non sbilanciare la relazione di potere eccessivamente a favore del docente. Si pensava, infatti, che il timore di contraddire il parere dell’insegnante, che si sarebbe potuto vendicare con un voto negativo, impedisse la discussione e il confronto democratico. Oggi gli studenti vengono valutati a fine anno, ma questo spirito è rimasto: il lavoro che si svolge a scuola va al di là dei voti, anziché essere finalizzato principalmente a questi.


L’uguaglianza democratica, infine, esiste anche tra tutti i lavoratori della scuola. La gerarchia delle cariche non è assolutamente marcata nei rapporti umani, tant’è che tutti si danno del tu e condividono momenti di piacere e di lavoro da pari. Nella scuola in cui sto svolgendo il mio servizio di volontariato europeo, a Rejsby, ogni mattina facciamo una “seconda colazione” tra membri del personale. Il preside siede accanto alle cuoche, gli insegnanti insieme alla segretaria e agli addetti alla manutenzione. Io siedo con tutti loro e nessuno mi fa sentire da meno. Il preside e il vicepreside, inoltre, sempre nello spirito democratico della scuola, devono anche insegnare.

L’efterskole è un istituto d’istruzione privato, ma esistono borse di studio e strumenti di aiuto economico per le famiglie che non possono permettersi di iscrivere i propri figli in questa scuola. In alcuni casi, è lo Stato a coprire interamente le spese. Si tratta di una scuola molto ammirata e apprezzata in Danimarca, sia per i suoi pregi formativi che umani. Si dice che nell’efterskole si impari a vivere in comunità e si stringano amicizie che dureranno tutta la vita.

 

Carolina Bonsignori

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Aarhus: c’è del bello in Danimarca

Francesca Pisano, la nostra volontaria SVE ad Aarhus, vuole condividere un resoconto del suo progetto all’insegna del volontariato e della cultura

Mettete da parte la famosa citazione dall’Amleto e dimenticate l’ovvia associazione Danimarca-
Copenaghen: questo Paese ha da offrire molto di piú.

Me ne sono resa conto in fretta, quasi istantaneamente, una volta arrivata ad Aarhus. Seconda cittá
danese per grandezza, Capitale Europea della Cultura 2017 e sede di una delle migliori universitá del mondo, la “piccola Copenaghen” (guai a dirlo agli orgogliosi Aarhusiani!) accoglie i nuovi arrivati con
un entusiasmo ben lontano dallo stereotipo scandinavo.

Vengo accolta calorosamente anche – e soprattutto – dai nuovi colleghi del luogo in cui trascorrerò i
prossimi 10 mesi del mio SVE: la segreteria della Capitale Europea del Volontariato 2018. Sí, perché ad Aarhus un solo titolo europeo non bastava, voleva di piú. E l’iniziativa proposta dal Centro Europeo del Volontariato (CEV) che premia le municipalità che meglio promuovono il volontariato a livello locale, sembra calzarle a pennello.

Aarhus ha vinto il titolo grazie alla sua grande attenzione alla politica di cittadinanza attiva e alla forte collaborazione tra il Comune, il settore culturale e quello di assistenza sociale, ambiti nei quali i volontari prendono parte alla creazione dell’agenda politica, segno di come le istituzioni e la società civile possano cooperare.

Le attività previste per il 2018 faranno riferimento a quattro principi fondamentali: l’eredità di una cultura del volontariato radicata; la capacità di far sentire tutti parte di Aarhus Capitale del
Volontariato 2018 nonostante la diversità di età, etnia, background, occupazione e status sociale;
l’investimento sul tema dell’inclusione sociale, coinvolgendo direttamente nelle progettazione i
cittadini socialmente svantaggiati; la volontà di aumentare e migliorare la cooperazione tra i cittadini
e il Comune.

La giornata di apertura è prevista il 21 gennaio 2018 e sará seguita da una conferenza internazionale
organizzata il 22 gennaio dal team di Aarhus Capitale della Cultura 2017 in collaborazione con Aarhus
Capitale del Volontariato 2018.

Nel corso del 2018 saranno molte le iniziative volte a condividere esperienze e a celebrare il volontariato che includeranno organizzazioni, volontari e semplici curiosi perchè… “you make an extraordinary difference”.

 

Francesca Pisano

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Il resoconto dello SVE di Daniele in Danimarca presso la Aagaard Efterskole

 

Oggi vi parliamo dello SVE di Daniele in Danimarca, svoltosi dal 1° febbraio al 30 giugno 2016 all’Aagaard Efterskole.

 

Durante la sua permanenza in Danimarca ha studiato il danese, riuscendo a comunicare con i locali e ha fornito il suo aiuto a studenti. Infatti, due volte a settimana doveva tenere delle conversazioni con gli studenti danesi per migliorare la loro conoscenza linguistica inglese, per aumentare la loro autostima e il loro vocabolario. Ha avuto un ruolo di grande rilevanza sullo sviluppo delle conoscenze linguistiche di questi studenti, sollecitandoli nel giusto modo.

 

Un altro suo compito era di aiutare gli insegnanti a supervisionare gli studenti del collegio durante la sera. In questo caso ha aiutato i ragazzi nei loro compiti a casa, ha giocato a biliardo, basket e ha socializzato con molti studenti. Infine, si è mostrato di grande aiuto con i custodi del collegio e nell’ambiente della cucina. Ha infatti organizzato una cena italiana per 150 persone, che si è rivelata un grande successo!

 

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L’associazione ospitante definisce Daniele come: “a smiling, co-operative, polite, and conscientious young man who will always do his best to solve a task as he has been asked to do. In associating with the students he has made good contact with the shy students and helped them improve their English skills. He is a quick learner who independently performs his tasks and wants to do his uttermost.” 

 

E’ una soddisfazione per noi leggere queste parole ed è un piacere condividerle qui con voi.

 

 

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Il racconto dei primi due mesi di Monica, volontaria SVE in Danimarca

Oggi Monica ci racconta i suoi primi due mesi in Danimarca, a Frøstrup per un interessantissimo progetto SVE. La nostra volontaria è soddisfatta della sua esperienza e si sta innamorando del paese. In questo articolo vi riportiamo le sue parole.

 

My name is Monica, I came from Italy and I’m a volunteer in Frøstruphave Efterskole. The project in which I’m involved is called EVS – European Voluntary Service. The European Union through the project Erasmus Plus gives the opportunity to young people to live in another country for a short or long period of time. There are several kinds of project in different fields all over the Europe. I decided to apply for this educational project for the curiosity to be part of Danish society. I’ve always read about this country as the happiest in the world, so when I found the position in Frøstrup I immediately applied!

 

Taking a decision to leave everything what you have and take a deep plunge into something unknown is never an easy one. There are many challenges, first of all the language. I’ve always had to communicate in English and it is not my mother tongue and from English studying Danish: sometimes there’s chaos in my head. However I consider important for me to learn Danish and maybe before the end of the project to be able to speak with colleagues in a more efficient way. Måski! Then you have to be strong enough to overcome the worst moments when you miss the small Italian things. The hard moment is when you realise that you are living your life completely out of your ‘comfort zone’. Then you can feel a strange feeling, like vertigo.

 

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However, to be stranger in a strange country is the most incredible adventure of ever. You learn thousand of things about yourself and other people. You learn all the time; to be alone, to do thing you’ve never done before, to share time with new people, to be involved in a completely different society, to appreciate other kind of things, to study a new language, to express who you are in English, to play a different role, to test your limits, to be open-minded and to face your fears, to learn that it’s not the place that makes the people, but that it’s the people that make the place, to open your eyes and to realize which are those things that actually makes life worth living, to realize that you can do things you earlier just had watched others do, to get a hint of what you could imagine doing in the future and to plant a piece of your heart in another country.

 

In the school I’m completely involved in the students schedule. I assist English teachers during the lessons, I helped in the kitchen and making decorations for special occasions, and of course I spread Italian culture. Some pupils want to know about Italy and its customs, some others just ask me about myself and others are only uncomfortable speaking with me because of language barrier. I only try to do my best with everyone all the time. For me the best moment is the evening when students are free to talk to me and play games easily without teachers who can listen English mistakes! Then when finally it’s sleeping time, I can follow the other volunteers or teachers just to say Goodnight to the students in their beds. It’s so cozy!

 

Here is like a big family where everyone cares about each other. I’m really lucky to be part of this system and I could never imagine that it would be so cozy. My colleagues try to make me feel fine like at home and after two months I can say that I’m really falling in love with Denmark.