Cultura e diritti: il pensiero di Giulia

Giulia è stata una delle volontarie che ha svolto la sua esperienza a Gaziantep.

Ci ha inviato questa interessante riflessione sullo scontro e “imposizione” culturale.

Il progetto “ESC Volunteers in Gaziantep: Be Active for Community Integration” è co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

La mia esperienza di volontaria a Gaziantep mi ha consentito di continuare, come ormai da anni faccio, a rimettere in discussione tanti punti di vista e aspetti che spesso scontati per molti, a criticizzare modalità di pensiero consuete.

Dopo diverse esperienze all’estero e formazioni sia in ambito di cooperazione internazionale, sia di etnopsichiatria ( soprattutto!!!) e di geopolitica, ma soprattutto a seguito di ripetuti incontri, scambi con persone direttamente beneficiarie dei “ nostri aiuti umanitari”, o incontrare per caso lungo i miei cammini, mi sono trovata a pormi una serie di interrogativi. Tra questi la condizione dei child labour, il fenomeno dei i bambini al lavoro, oggetto di questo mio contributo.

A Gaziantep è prassi piuttosto comune vedere diversi bambini, soprattutto siriani ma anche turchi che lavorano, aiutando spesso i genitori nelle piccole imprese come bar, locande, negozi, kebabbari. La loro età è varia: pochi hanno un’età che si aggira intorno agli 8-10 anni, i più hanno dai 12-13-14 anni in su.
Si è soliti pensare, da parte di chi è coinvolto in azioni umanitarie, che questa prassi sia ingiusta, che ci sia un’età minima a di accesso alla condizione lavorativa, e che la minore età dovrebbe essere tutelata.

Personalmente mi sono chiesta, se la tutela della fanciullezza debba per forza prevedere l’esclusione di un minore dalla condizione lavorativa solo perché visioni prettamente occidentali del tempo di accesso all’attività lavorativa prevedono che l’età della fanciullezza si concluda a 18 anni.
Ci siamo mai chiesti se in culture altre, in luoghi altri, laddove l’età media è spesso di 50-60 anni, questi limiti di età elaborati in altri contesti ancora abbiano uguale senso?

A Gaziantep ho osservato bambini felici di stare accanto ai genitori e orgogliosi del lavoro che stavano facendo, sorridere, correre spensierati, in parte ai loro padri nel servire e preparare delle pietanze da dare ai clienti.
Chi può dire che siano infelici in ciò che stanno facendo? E chi che sia giusto che debbano invece essere a scuola in tal momento?
Ci diciamo che lo studio è importante perché rende indipendenti…Ma non è forse questa una visione soprattutto occidentale? Lo studio ci consente di proseguire degli obbiettivi di indipendenza, di successo personale che hanno un valore inestimabile nella nostra società, e ne siamo qui , quasi tutti, d’accordo. Ma siamo cosi sicuri che altrove possa valere lo stesso? O può forse essere per alcuni più importante puntare
ai legami, all’interdipendenza e all’aiuto reciproco invece del successo personale e individuale?

Ha davvero senso ed è davvero giusto stravolgere i punti di vista, le credenze, i valori di certe comunità che vivono in modo per certi versi diverso da noi, per “ aiutarli”, ma portando con noi il nostro bagaglio di “occidentali”, bagaglio fatto di diritti umani creati in un contesto molto specifico quale è quello occidentale?
Non penso neanche sia giusto rinnegare chi siamo, stracciare i diritti umani e ciò su cui si basano le nostre società. Ma penso che in alcuni contesti può darsi che di diritti, di credenze, di valori ce ne siano anche altri, e che non sempre debbano ricalcare i nostri. Mi chiedo se forse i cosiddetti diritti umani che pretendono di esistere e valere universalmente e che indirizzano poi le azioni umanitarie in luoghi in cui forse i valori, le credenze sono altre, abbiano ovunque senso.
Non per questo inoltre se le credenze o i diritti tutelati sono altri questi contesti sono più arretrati nel nostro “ concetto evolutivo,” e abbiano bisogno di una spinta e di una “luce” che arrivi da noi per indicargli qual sia il modo giusto di tutelare i bambini, le donne, gli
esseri umani.
È il mio un punto di vista esterno, di persona occidentale che ha potuto studiare, quindi sicuramente un punto di vista più che relativo e soggettivo; penso però che alle volte dovremmo mettere più in discussione, in campo umanitario, ma non solo, i principi da cui partiamo, e avvicinarci di più ai cosiddetti beneficiari, non come
siamo soliti fare però, ma evitando, per quanto possibile, di portarci dietro il nostro bagaglio di valori, credenze, lasciando dunque da parte quello che per noi è giusto , è solito, è consueto, perché così facendo indirizziamo azioni e progetti già in un senso piuttosto che in un altro.

Vorrei però lasciare qui traccia di alcune testimonianze, di parole dirette di persone che ho incontrato lungo il cammino per suffragare con la testimonianza diretta quando da me argomentato…
Modouh, 28 anni, gambiano: « Giulia, ma chi te lo dice che noi non siamo felici di poter lavorare invece di andare a scuola a 12 anni?»
Kaddy, 32 anni, senegalese «come potete dire che io da donna senegalese non preferisca vivere la vita da casalinga, allevare i miei figli, stare vicino a loro, invece che aderire a dei progetti di women empowerment per rendermi indipendente e libera? Libera da chi, e libera perché? Per noi l’interdipendenza è tutto.»
Siaka, 27 anni, Mali: « la cosiddetta cooperazione internazionale consente ai paesi forti di controllare i nostri, dare i soldi per progetti umanitari porta poi noi, paesi riceventi, ad essere costretti a dare altro in cambio e ad essere continuamente ricattabili. Siamo costretti per ricevere soldi da una parte ad accettare i progetti di cooperazione che ci propongono.” »
Oppure ancora Alì, 33 anni, Sudan: « la nostra salvezza arriverà dall’interno, quando ci libereremo da soli, quando saremo noi i padroni, come ora e mai lo siamo stati, della nostra libertà. Per ora l’umanitario è un perpetuarsi di un colonialismo a cui abbiamo già assisto.»

Mai parole mi fecero più riflettere di queste, e indirizzarono il mio pensiero e il mio agire in una modalità ben diversa dall’inizio.
Come dice Mantovani nel contributo del 2008 edito da Carocci “Intercultura: è possibile evitare le guerre culturali?” -va fatto un tentativo per superare l’etnocentrismo occidentale, per superare lo sguardo occidentale sull’altro nelle esperienze di entnopsichiatria. E’ l’ approccio culturale emico piuttosto che etico quello al quale bisognerebbe tendere.
Concludo con poche parole che mi sono rimasse impresse dette durante una riunione da parte di Ayhan, un membro di Geged, l’Ong presso cui siamo stati ospitati a Gaziantep, che con parole semplici ha verbalizzato una grande verità :
«Siamo in un contesto altro, volontari, non venite qua e pensate di far un lavaggio del cervello ai bambini che aiutate a scuola. Non siete qui per portare i vostri valori e cambiare i loro. »