L’esperienza di Roberta in Polonia: Equality Not Optional

Roberta ci racconta la sua esperienza al training course “Equality: Not Optional!”, progetto finanziato dal Programma Erasmus+.

Correva e corre tutt’ora l’anno 2018. In data 16 settembre 29 persone provenienti dalle più disparate parti d’Europa si ritrovano catapultate sulla riva di un suggestivo lago polacco dove all’ora di cena si impattano con il più suggestivo dei tramonti polacchi.

Ignorando come comunicare ai loro appena conosciuti compagni (con cui avrebbero condiviso i successivi otto giorni) lo smarrimento da sindrome «rosso tramonto polacco sulla riva del lago locato a Sępolno Krajeńskie» qualcuno, desideroso di sentire la voce di quelle bocche aperte attonite alla vista del «rosso tramonto polacco sulla riva del lago locato a Sępolno krajeńskie», con entusiasmo bisbiglia: «fucking amazing».
Da quel momento l’entusiasmo e anche «fucking amazing» non li avrebbero più abbandonati. (Si sarebbero aggiunte altre espressioni idiomatiche, ripetute fino allo sfiancamento, ma questa è un’altra storia).

Quindi, cosa ci fanno queste 29 persone sulla riva di un suggestivo lago polacco?
Come è possibile che una lettone, un’italiana, un greco, una croata, un portoghese ed uno spagnolo si ritrovino sotto lo stesso nucleo familiare sbandierando fieramente lo stemma kovalski?

Coincidenze geografiche e dinastiche a parte, ci siamo incontrati per prendere parte ad un training course, un progetto di apprendimento che rientra tra i programmi dell’Erasmus+ promosso e finanziato dalla Commissione Europea. Un vero e proprio corso di formazione in cui i partecipanti però, lungi da svolgere il ruolo di passivo uditorio di una lectio, sono i veri protagonisti del proprio apprendimento secondo i metodi e i principi dell’educazione non formale.

Il tema del nostro corso «Equality: not optional» ha trattato argomenti quali l’uguaglianza di genere, l’orientamento sessuale etc… e si proponeva di mettere in luce tutti quegli stereotipi, generatori di violenza e discriminazione, che tutt’ora persistono anche nella nostra “civile” Europa.

Ancora lontani da una rivoluzione culturale che possa abbattere le colonne portanti del patriarcato, dell’eteronormativita e del binarismo di genere, ci siamo imbarcati tutti e 29 (un po’ strettini lo ammetto) in una fiat panda che ha percorso le strade dei nostri stessi pregiudizi per approdare, attraverso giochi e attività indescrivibili, fuori quella famosa caverna fatte di ombre e di immagini che del vero hanno solo l‘apparenza.
Illuminati dalla luce salvifica del sole abbiamo imparato a vedere le cose un’altra volta e adesso che ne conosciamo la reale forma e possiamo persino distinguerne i colori, non ci rimane altro da fare che attivarci affinché questa luce possa irradiare anche gli angoli più bui della nostra – ancora cavernicola – società in cui l’uguaglianza e il rispetto dei diritti non sono ascesi al rango di idee, ma brancolano ancora nel mare indistinto della doxa.

Ovviamente non avremmo potuto fare tutto questo senza la guida abile e attenta dei nostri trainers Lazlo e Ieva e del nostro mappatore Daniel che, insieme al suo aiutante Hasan, ha tracciato ogni singola tappa di questo tortuoso viaggio.

E adesso, cosa è rimasto di questi giorni intensi?
Le nostre vite quotidiane hanno ripreso il loro corso, eppure non si può non registrare qualche cambiamento. Dallo smartphone che vibra in continuazione (a volte è dura) che ci apre a finestre virtuali da cui scorgere le vite parallele di persone che altrimenti sarebbe stato difficile incontrare, alla sensazione che la nostra identità culturale e di cittadini non si esaurisca entro i confini nazionali, ma ha confini molto più ampi.

 

Domandarono a Socrate di dove fosse. Non rispose «di Atene», ma «del Mondo».
Lui, che aveva l’immaginazione più ampia e più vasta, abbracciava l’universo come la sua città,
estendeva le sue conoscenze, la sua compagnia e i suoi affetti a tutto il genere umano.
( M. Montaigne, Saggi, Libro I, Cap XXVI )

Senza più scomodare i protagonisti della storia della filosofia occidentale, (delle protagoniste si sa poco, di quelli geograficamente fuori portata ancora meno…) l’invito è quello di oltrepassare gli angusti confini in cui vaghiamo sotto il potere cieco della «normalità» affinché un cambiamento di paradigma si possa verificare.

 

Roberta Anello,
partecipante al training course “Equality: Not Optional”

 

Il mio SVE in Danimarca: non è mai troppo tardi per scoprire se stessi

La vita è una serie di calcoli sbagliati, di piani che non si realizzeranno per il sopraggiungere di incognite che non avevamo considerato. La mia incognita inaspettata si chiama Servizio Volontario Europeo ed è colpa sua se il mio futuro assumerà forme impreviste. Il Servizio Volontario Europeo è un programma di volontariato internazionale che grazie al supporto della Commissione Europea permette ai giovani tra i 18 e i 30 anni di lavorare come volontari all’estero per un periodo compreso tra i 2 e i 12 mesi.

Anche io come migliaia di cittadini europei ho deciso di prendere parte a questo progetto e ottenuta la mia Laurea Magistrale in Traduzione sono partita nel febbraio 2018 alla volta della Danimarca. Uno scherzo del destino ha fatto in modo che il mio progetto di volontariato si svolgesse a Aarhus, la Capitale Europea del Volontariato per il 2018. Per me questo ha significato assumere le vesti di volontaria imparando da coloro che erano stati premiati per essere i migliori e avere la possibilità di respirare tutta l’Europa nella regione che avevo cominciato a chiamare casa. Perché essere Capitale Europea del Volontariato significa essere il risultato delle migliori lezioni apprese dalle città europee che nel passato hanno ottenuto questo titolo, ovvero Barcellona, Lisbona, Londra e Sligo, e, allo stesso tempo, essere un palcoscenico per ispirare tutte le candidate future. Insomma, un punto di arrivo per l’intera Europa che è, allo stesso tempo, anche un punto di partenza.

Il Servizio Volontario Europeo è tra i programmi dell’Unione Europea meno conosciuti, oscurato come è dall’Erasmus+ che permette agli universitari di studiare all’estero. Nella mia vita ho avuto la fortuna di prendere parte sia a un Erasmus+ for Studies sia a uno SVE e posso dire che si tratta di progetti molto diversi tra di loro. Studiando in Germania ho potuto inserirmi in un contesto che, per quanto lontano da casa mia, manteneva dei tratti a me molto familiari: l’ambiente universitario, il mio campo di specializzazione, persone a me molto affini con cui, nonostante la diversa nazionalità, condividevo la stessa età, gli stessi interessi, la stessa visione del mondo, a volte persino la lingua. Dopo esperienze di lavoro e tirocinio all’estero, per me studiare in Germania con il programma Erasmus+ ha significato vestire di nuovo i panni della chiocciola e spostare ancora una volta il mio guscio-casetta in un altro luogo per proseguire la quotidianità secondo il mio stile di vita. Sicuramente il mio guscio ne è uscito arricchito, sicuramente più colorato, ma, ad ogni modo, intatto e non molto diverso rispetto a prima della mia partenza.

Con l’aspettativa di ritrovarmi di nuovo parte di questo meccanismo ben collaudato in passato, sono partita per il mio Servizio Volontario Europeo. Non ci è voluto molto prima di capire che prendere parte a uno SVE è qualcosa di totalmente diverso perché ti inserisce in un contesto in cui non c’è più niente del tuo passato a cui aggrapparsi. Non ci sono pareti, non ci sono punti di riferimento. Ti ritroverai a svolgere attività che non hai mai fatto prima o a fare qualcosa che hai sempre fatto, ma in un modo totalmente diverso. Ti ritroverai a prendere parte in un progetto in cui farai la differenza solo se avrai una chiara idea di chi sei e di che cosa sai fare e ciò capita nel momento in cui stai mettendo in dubbio tutte le tue certezze. Ricordo ancora la sensazione di smarrimento che ho provato appena arrivata in Danimarca. Era come essere tornata bambina: non capivo la lingua delle persone intorno a me, mi sentivo impreparata di fronte a una cultura lavorativa che abbatte le gerarchie tra capo e dipendente, non sapevo nemmeno come usare la doccia. Niente era automatico, tutto mi doveva essere spiegato, avevo bisogno di tempo per accordare la mia chitarra interiore.

È in questo contesto comune a tutti i partecipanti a uno SVE che comincia un processo straordinario: cominci a scrollarti di dosso tutte quelle cose che hai acquisito dalla tua cultura e dalla società da cui appartieni e ti ritrovi nudo. All’inizio questa nudità ti farà sentire vulnerabile, ma con il tempo diventerà la tua forza: comincerai a capire cosa è importante per te, a decidere quali abitudini nella vita vuoi preservare e quali altre vuoi adottare. Un Servizio Volontario Europeo ti porta a distruggere alle fondamenta il tuo guscio da chiocciola per togliere il superfluo e renderti più autentico, più fedele alla tua vera essenza. E questo è qualcosa che tutti noteranno una volta tornato a casa.

A proposito di casa, è opportuno spiegare che dopo uno SVE questo concetto diventerà molto relativo, come, d’altra parte, quello di famiglia. Almeno questo è ciò che accade quando durante un Servizio Volontario Europeo si viene ospitati, come nel mio caso, da una famiglia locale. Prima della mia partenza mi aspettavo che avrei condiviso un sacco di esperienze con quelle persone, ma mai avrei pensato di diventare un membro della famiglia a tutti gli effetti. Così, oggi, alla domanda “Come sta la tua famiglia?” reagisco sempre con un’incertezza che inevitabile mi porta a chiedere “Quale delle due?”. Al momento, infatti, posso dire di avere due famiglie: una con cui condivido il sangue e l’altra con cui condivido l’amore per il rugbrød, il tipico pane danese.

Se il mio Servizio Volontario Europeo in Danimarca prendesse delle forme fisiche potrebbe essere un paio di scarponi, di quelli che ti portano per pendii ripidi lasciandoti dolorose vesciche ma anche tante soddisfazioni, potrebbe essere un caleidoscopio per quella sua capacità di disorientarmi con tutte le esperienze nuove che mi ha fatto vivere, potrebbe essere una culla per avermi fatto rinascere di nuovo, con gli stessi colori mediterranei, ma con una mentalità più nordica. Potrebbe essere tutte queste cose. Eppure sono convinta che se il mio Servizio Volontario Europeo in Danimarca prendesse delle forme fisiche allora sarebbe un tatuaggio: indelebile e presente per il resto della mia vita. 

Genny Cabas

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La volontaria Genny Cabas sta con questo articolo prendendo parte a un concorso bandito dalla Commissione Europea, “EU in my region”, che dà voce a coloro che stanno prendendo parte a un progetto finanziato dall’Unione Europea. Aiutala a fare della sua esperienza un punto di partenza attraverso il premio in palio: tre settimane di formazione a Bruxelles. Visualizza e vota l’articolo originale al seguente link: http://ec.europa.eu/regional_policy/blog/detail.cfm?id=123

Lo SVE di Rebecca, volontaria a Barcellona: una nuova casa, una nuova famiglia

Rebecca, volontaria SVE a Santa Coloma, ci racconta la sua esperienza fatta di emozioni e forti legami!

Era Febbraio e all’improvviso eccoci ad Agosto. Il mio Servizio Volontario Europeo a Santa Coloma de Gramenet (Barcellona) è finito. É così difficile vedere le cose in prospettiva e raccontarle come storie nel passato quando tutto è troppo vicino ed è stato troppo veloce. Alle volte è come mangiarsi cose vive; non si riesce a raccontare come sia stato finchè non vengono digerite.

Altre volte invece basta riguardare una fotografia per colorarla di una sfumatura calda e nostalgica e raccontarne la storia sotto l’influenza dell’idealizzazione.

La verità è che quest’ultimo mese ha visto despedidas e addii, che ci hanno portato di qua e di là tra feste e sorrisi agrodolci.

Per sei mesi ho raccontato la vita dei volontari di Santa Coloma dell’appartamento in Avinguda Pallaresa e, nonostante vivessimo tutti assieme, ognuno di noi a ha vissuto una storia diversa, che veniva poi raccontata la sera attorno al tavolo. Il mio SVE è stato questo e mille altri legami, viaggi, vagabondaggi, scoperte e notti barcellonesi. Sarà forse perchè si è catapultati in una realtà completamente nuova durante un determinato limite di tempo o semplicemente per avuto la fortuna di conoscere bellissime persone, ma ci si sente al centro di un vortice in cui le esperienze si susseguono e si sovrappongono le une alle altre con un’intensità fuori dall’ordinario, tanto che diventa difficile controllarle e l’unica cosa che si riesce a fare è lasciarsi travolgere con sensi e pupille dilatate cercando di assorbire il più possibile per poi non dimenticare come ci si sentiva attraversando tutti quei momenti, sia quelli caldi e luminosi che le tempeste più fredde, ricordandosi perchè valesse la pena di continuare a collezionare esperienze, consapevoli di stare respirando a pieni polmoni.

Potrei raccontarvi per pro-forma che lavoravo nel Dipartimento di Comunicazione dell’Associazione Mundus e che l’ambiente con i colleghi era ottimo, oppure che insegnavo italiano a dei ragazzi che sarebbero partiti per l’Italia per progetti Erasmus + o che tenevo con gli altri volontari un Caffè Linguistico per le persone del posto, ma credo che non siano queste le cose importanti per capire cosa significhi fare un volontariato. A prescindere dal tipo di progetto a cui si prenda parte, di solito perchè più interessati a una o ad un’altra tematica, è l’insieme di tutti quei momenti vissuti per davvero che rende significativo il tempo speso dedicandosi interamente a qualcosa in cui si è coinvolti (talvolta travolti) fin dall’inizio perchè un cambiamento così radicale impedisce il distacco e l’isolamento. Si creano legami e amicizie forti che sono difficili da descrivere a chi è rimasto a casa e non ha condiviso tutto questo.

Una sera Selin, Guillaume (miei coinquilini e volontari SVE) ed io, mentre mangiavamo insieme su di un prato di plastica per l’appuntamento settimanale al nostro amato King’s Kebab, abbiamo deciso che ci saremmo rincontrati tutti e cinque (vivevo in casa con altri quattro volontari) almeno ogni 7 di Febbraio e 7 di Agosto, data di inizio e fine del nostro SVE.

Un paio di settimane fa, dopo quasi sei mesi, ho deciso che finalmente sarei salita sulla collina giusto dietro Santa Coloma per riuscire a vedere la città intera, ma, mentre mi trovavo lì in alto, la prima cosa che ho cercato è stato il nostro appartamento ed è stato strano vederlo dall’esterno e da lontano per la prima volta.

La luce calda del tardo pomeriggio, poco prima del tramonto, stava illuminando ogni mattone dell’edificio e ho iniziato ad immaginare che irradiasse anche l’interno del nostro appartamento, anche se, essendo affacciato ad Est, godeva del sole solo la mattina.

Adesso, ogni volta che ripenso a casa nostra, la vedo rivestita di quella sfumatura arancio che illumina le cose a quell’ora che altera i colori dei poster del nostro salotto e dei visi delle persone con cui ho condiviso questi ultimi sei mesi. Sono alcune delle facce ritratte nella foto qui in basso, frutto di una nottata in cui avevamo deciso di ritrarci a vicenda in un “cerchio di ritratti”, tutti disegnano tutti. Non abbiamo di certo talento, o forse solo un poco, ma ci importa a sufficienza l’uno dell’altro da ritrarci a carboncino mentre ridiamo istericamente fino all’una del mattino in salotto sotto una pallida luce al neon, anche se in realtà mi pare proprio di ricordare fosse di un caldo color arancio.

 

Rebecca Gasparini

Lo SVE di Libero: la Polonia e l’impegno sociale

Il nostro volontario Libero si trova a Rzeszow per svolgere il suo progetto di Servizio Volontariato Europeo (SVE) “Youth Embracing Change”. Il progetto è stato finanziato dalla Commissione Europea attraverso il Programma Erasmus+.

L’esperienza di Libero è iniziata a luglio 2017, quando è partito attraverso l’Associazione Scambieuropei per la città di Rzeszow, nel sud della Polonia, per svolgere uno SVE di 11 mesi nel campo della promozione culturale e sociale. Lo scopo primario del progetto “Youth Embracing Change”, che si è tenuto principalmente presso il Rzeszow Culture Incubator, era quello di sviluppare competenze interpersonali e interculturali tra i giovani che prendono parte alle attività gestite dall’organizzazione INPRO, così come tra i volontari stessi.

Tra i possibili compiti dei volontari, che vanno dal supporto di iniziative sociali alla gestione del sito e della pagina social dell’organizzazione, Libero si è occupato dell’organizzazione di eventi in inglese a Rzeszow o in altri paesi di confine con l’Ucraina, riguardanti temi educativi quali problematiche sociali o culturali e i diritti umani. Oltre all’ Incubator, gran parte di questi eventi si sono poi svolti nell’ Open cafè, l’Open Cinema e il Language Cafe del centro culturale municipale, nonché nelle scuole locali, dove i giovani sono stati incoraggiati a prendere parte alle diverse attività e a parlare inglese.

Vivere in un posto diverso da quello natio in un contesto di volontariato, significa anche notare le differenze, nonché riflettere su alcuni aspetti come cosa significa lavorare per una piccola ONG, con le difficoltà che “tutte le piccole ONG incontrano” e gli eventuali problemi di comunicazione che emergono quando si è all’estero.

Ma lo SVE non è solo attività. Nel pacchetto è incluso l’essere entrato in contatto con persone provenienti da tutta Europa (e non solo), diventate poi amici, coinquilini e compagni di viaggio attraverso la Polonia e l’Europa.

In conclusione, l’esperienza di Libero si è conclusa rispecchiando anche quello che lo SVE significa: impegno solidale, crescita professionale e interculturalismo.

Traperos de Emaús, il racconto SVE di Marilisa

Marilisa, volontaria SVE in Spagna, ci racconta la sua esperienza in una comunità differente: punti di vista, innovazione e sensibilizzazione.

 

Eccoci qua quasi alla fine di questo percorso indescrivibile che però proverò a raccontarvi! Durante questo anno in Traperos de Emaús, ovvero la organizzazione fondata dal mitico Abbe Pierre, ho avuto modo di poter apprendere cosa significa vivere tutti i giorni all’interno di una comunità e come avere una comunicazione assertiva con tutti i compañeros. Quest’ultima parola viene utilizzata per indicare i propri colleghi e ha per me una forte valenza pedagogica perché demolisce completamente il concetto di scala gerarchica che tanto è insito all’interno di tutti gli ambienti lavorativi.

Questa metodologia di lavoro basata più sulla informalità che sulla formalità è concretizzabile in due esempi: tutte le mattine il coordinatore di Traperos non solo accompagna i compañeros con il suo furgone, ma ha anche istituito un momento chiamato “cuarto de hora” nel quale ogni giorno, prima di iniziare a lavorare, per 15 minuti ciascuno è invitato ad apportare nuovi argomenti da condividere con tutta l’equipe.

E che dire? Penso che arricchirsi mediante nuove informazioni e curiosità sia la maniera migliore di fare colazione! Come avete potuto notare precedentemente ho usato la parola coordinatore perché ,a differenza delle parole leader, capo o jefe (stesso concetto in diverse lingue) rende bene la finalità principale che gli si attribuisce ovvero coordinare l’intera rete formata da due negozi di seconda mano, due uffici, una comunità e una catena infinita di associazioni che contribuiscono a lottare per i valori che molto spesso sono dimenticati dalla società odierna come ad esempio il rispetto del medio ambiente.

 

La sensibilizzazione soprattutto per quest’ultimo tema viene messa in pratica attraverso attività quali workshop o mercati in piazza e la cosiddetta recogida. La traduzione letterale di questa parola sarebbe raccolta, già perché si raccoglie tutto il materiale (la quantità di cose che arriva a Traperos è davvero inimmaginabile!!) direttamente dalle case della gente per poterlo riciclare o per poterlo vendere nel loro rastro/traperia, ovvero mercato di seconda mano, disincentivando così il tanto esasperato consumismo contemporaneo.

Con questa breve descrizione ho voluto sottolineare soprattutto il punto che ritengo più forte di Traperos e il mio sogno sarebbe poter vedere tutto ciò messo in pratica in una società come quella siciliana che reputo distante anni luce di tutto ciò che concerne il riciclaggio.

Marilisa Russo

Road to Craiova

Chiara, volontaria europea presso Asociatia Explorator in Romania, ci racconta il suo viaggio verso Craiova.

“When one thing goes, another comes
In this wide world by heaven borne;
And when the sun is setting here
‘Tis somewhere else just breaking dawn”

M.Eminescu, With life tomorrow time you grasp, translated by C.M. Popescu

A vast, flat plain, only bare trees in sight, country houses with their triangular roofs, some people working in the fields.
Sky and earth touches in a straight line, green and blue melts in the November sun.
Some reddish spots announces that autumn is already here.
I’m moving on my bus on the dusty paths and roads, trough a landscape that speaks me about the infinite and foggy plains of Northern Italy.
Except that Italy is now far away.

This morning I woke up in Hungary, took a coffee in a small restaurant together with some Romanian ladies I met on the bus. They’re coming back home to spend some time with their families, I left my family to come in a foreign Country. Traveling from the day before, we had a lot of time for talking and eventually we became friends.

We just crossed the border.
Arad is the first city we reach, just after the Custom, a small town, indeed, but somehow full of charm.
Then the bus keeps going, slowly but firmly.
It’s a strange sensation, being in another Country, so similar and so different from my homeland.
Everybody around me speaks in this unknown language, that sounds a bit harsh but nonetheless harmonious, like a secret melody whose rhythm I cannot understand.
At first, I was completely lost, but luckily my friends, who speak both Italian and Romanian, are helping me, explaining and translating all the time and teaching me some words and notions about their Country.
When we arrive in Timişoara we say goodbye to one of our friends, then we keep going, heading to the deep south of Romania. The weather is nice, even the temperatures are not so different from the ones of my hometown, Segni, but huge clouds begins to appear on the horizon, together with the sinuous curves of some mountains.

I turn my head and I realize that on the mountains I can see on my left there is already a soft, thin veil of snow, like sugar on a cake.
It’s getting dark early, the sun is covered by grey clouds and we are crossing a mountainous zone, with small cities and cultivated fields in the valleys.
Somehow it feels like home, with the same curvy shapes of the rocks and the arabesque-like vegetation dressed with the reds, brown and yellow hues of the season. Only one guest is unknown to me, the ethereal, white birch, with her blonde leaves and her thin frame lightly lulled by the cold wind.
We cross other towns and villages and cities, one after another, with houses and shops, flowers and dogs, unfamiliar faces of girls and schoolboys and elders, all busy with their daily routine.
It feels strange, sometimes I realize that I’m not in Italy anymore and a slight melancholy grabs my heart, sometimes I’m just too curious and excited to be homesick.
I can’t wait to be in Craiova, and at the same time I can’t believe that this is happening for real, I’m surrounded by a sort of baffling dreamlike atmosphere.

The sky is almost dark now, and its blackening color is reflected by a pool of water that I don’t recognize immediately.
A man in the seat in front of mine points to it and says, in a mix of Italian and Romanian: “Look ! Is the Dunărea !”
The Danube river, an old friend I’ve already met in Budapest, is flowing next to me, singing his never-ending watery song made of tides and waves.
Only his huge body separates us from Serbia, and it seems that we are just walking on a thin rope as travelling funambulists, and I understand how much fleeting are the borders that divide us, just as when our bus crossed the border with Hungary: I had one Country behind me, another just in front of me, but the landscape and houses were exactly the same.
Lights emerge from the dark, orange and yellow on the blue of the late evening: it’s the Customs, an artificial border next to the natural one.
The sight is so stunning that it’s like a balm for my soul, washing away all the exhaustion and the stress caused by the length of the journey.
I lean back on my seat and enjoy the travel, in the silence created by the tiredness of the other travelers and the seats that becomes more and more empty as we keep going into the region of Oltenia.

Filiaşi.
We’ve almost arrived.
Only a few of us are still on the bus while we enter in Dolj County, of which Craiova is the Capital.
Suddenly, the lights of a city, shining far away as much as the stars that now dot the nocturnal sky.
The lights of Craiova.

The city welcomes us with her open embrace, warm and tender like an old lady, mother of many.
She’s one of those strong, concrete women who’s beauty can’t be ruined by wrinkles and other signs carved on the skin by Time and the hardness of Life.
Passing the outskirts we reach the station, my stop.
It’s night.
I say goodbye to my friends and get off the bus, in the cold air of a new place, full of promises and possibilities.
I look at the city and the city looks at me with her thousand eyes, staring at each other like strangers who meet each other for the first time.
Even if I’m frightened by this new reality I’m facing, I’m full of hope for the future months, time that I’ll spend between these old houses and new buildings, yards and parks, offices and museums.
Just over me, the pale moon shines, pouring the same bright, milky light on both Rome and Craiova.

 

Chiara Ionta

Bologna ‘Esa pequena ciudad que te brinda una gran aventura´

I nostri ragazzi VET ci raccontano brevemente la loro esperienza a Bologna!

NATÁN MIGUEL:

“Bolonia no deja de sorprenderme, la ciudad tiene vida propia. No es raro que cada día haya algo nuevo que hacer o descubrir.
Lo bueno de Bolonia es su proximidad con otras grandes ciudades.
En la empresa estamos recibiendo un gran trato, es como una segunda familia. Allí ponemos en práctica muchas de las cosas que hemos dado en el ciclo, e incluso se nos plantean nuevos desafíos.”

JAVIER BENÍTEZ:

“Nunca llegue a imaginar que estaría contando este tipo de experiencia. Experiencia única e inolvidable que sin duda repetiría.
En el trabajo, siempre se ha notado el buen ambiente, haciendo que las ocho horas de trabajo se pasen
volando, también poco a poco voy adquiriendo y desarrollando conocimientos de mis estudios.”

ÁLVARO NUÑEZ:

Al principio estaba un poco asustado, ya que nunca había estado tanto tiempo fuera de mi zona de
confort, y además con el plus de ir con gente que no conocía.
Estoy de prácticas en una empresa llamada Scambieuropei, la cual está bastante bien, ya que la gente aquí es muy maja, desde un primer momento nos integraron como uno más de ellos y hay un ambiente muy familiar en toda la oficina. Hice bien en afrontar esta experiencia, ya que está siendo toda una
aventura.

LETICIA:

Venía a esta experiencia entusiasmada y ahora sé que fue lo mejor que pude hacer, he aprendido a controlar mis impulsos, a creer y saber que el mundo está lleno de buena gente y sobre todo coger fuerza personalmente para todo lo que me venga de ahora en adelante.
Respecto a mis compañeros de trabajo no puedo pedir más, hay buen ambiente todos los días, y rápido me aceptaron como a una más de ellos, aun no sabiendo su idioma, hacen por entenderme y que yo les entienda a ellos. No podría estar más a gusto la verdad.

Esperienza all’estero: come fare?

Carolina è la volontaria di Scambieuropei che sta svolgendo il suo servizio in Danimarca grazie a Dansk ICYE. In questo articolo ci spiega perché è importante fare un progetto di volontariato finanziato dal Programma Erasmus+!

Vuoi partire per un’esperienza all’estero ma non sai cosa fare? Non ti hanno preso per quell’Erasmus che volevi tanto fare e ora sei bloccato in Italia? Trovare lavoro all’estero è difficile e non sai se puoi permetterti di fare un soggiorno studio? Be’, non ci hai ancora pensato, ma una soluzione c’è. Fare uno SVE.

Lo so, suona come una pubblicità, e un po’ lo è, ma non c’è niente di male, anzi. Sempre più giovani, soprattutto in Italia, hanno voglia di partire, allontanarsi dalla loro routine noiosa e poco produttiva, imparare una nuova lingua o perfezionare l’inglese – un incubo per molti –, ma spesso non sanno come fare o non possono permetterselo. Tutti conoscono l’Erasmus e vogliono partire, ragazze e ragazzi alla pari si scoprono babysitter perfetti anche se fino al giorno prima non sopportavano i bambini, ma almeno così riescono a fare quella maledetta esperienza all’estero che fa figo, sembra un sacco divertente e ormai tutti dicono che fa una bella figura sul CV.

Ma l’Erasmus non è solo soggiorni di studio all’estero pieni di feste, amici da ogni dove e learning agreement modificati mille volte. Il programma Erasmus+ comprende una serie di progetti e iniziative di scambio per giovani, non solo studenti, che sono altrettanto entusiasmanti e formative, ma meno conosciute.

Lo SVE, il Servizio Volontario Europeo (EVS in inglese), è uno di questi. Si parte per un paese membro o partner dell’EU – quindi anche in altri continenti! – per svolgere attività di volontariato per un periodo che va dalle 2 settimane ai 12 mesi. E non fatevi spaventare dalla parola “volontariato”: se il lavoro con persone in difficoltà come poveri, anziani o diversamente abili; le attività che riguardano fattorie, animali o protezione dell’ambiente; o il lavoro non retribuito in generale non vi ispirano, potreste comunque trovare un progetto che fa per voi. I volontari collaborano, infatti, anche in organizzazioni sportive, scuole e uffici, ad esempio.

Quindi il vostro volontariato potrebbe essere “professionalizzante” quanto quello stage tanto agognato, che però se viene retribuito una miseria potete già considerarvi fortunati. “Ma il volontariato non è retribuito”, è vero, ma la Commissione Europea copre i costi di vitto, alloggio, trasporto nel paese ospitante – se per ragioni lavorative –, viaggio (o almeno in parte), assicurazione e corso di lingue. Inoltre, i volontari ricevono un “pocket money” poco inferiore alla borsa Erasmus che si riceve per mobilità di studio o tirocinio. La differenza è che mentre con la borsa di mobilità non si paga nemmeno l’affitto, durante uno SVE non si hanno praticamente costi, se non quelli del tempo libero.

Insomma, di motivi per cui uno SVE può essere la scelta giusta se volete fare un’esperienza all’estero ce ne sono eccome. Adesso dovete solo cercare un progetto che faccia per voi e mandare una candidatura. E poi ripetere, ripetere, ripetere. Prendetevi il vostro tempo e lavorate alla candidatura: alcuni progetti potrebbero chiedervi CV e lettera motivazionale, altri di compilare un form in cui parlate di voi e dei motivi per cui vorreste fare questa esperienza. Poi non resta che incrociare le dita per un colloquio e, con tanta determinazione e un pizzico di fortuna, si parte!

Come trovare progetti e candidarsi?
Potete consultare i seguenti link:

Sito di Scambieuropei:
https://www.scambieuropei.info/category/partire/sve/

European Youth Portal – sezione dedicata all’EVS:
https://europa.eu/youth/volunteering/evs-organisation_en

European Youth Portal – sezione dedicata agli European Solidarity Corps (nuovo progetto di volontariato!):
https://europa.eu/youth/solidarity_en

 

Carolina Bonsignori 

Getting to know each other. Uno scambio sulle culture e le tradizioni

Serena, una delle partecipanti allo scambio culturale in Romania “Getting to know each other”, ci racconta in breve il progetto!

Ciao a tutti, voglio raccontarvi del progetto organizzato da Initiative Sociale a cui ho partecipato dal 25/04 al 5/05 2018 ad Horezu, Romania. Durante questo periodo sono stati coinvolti sei giovani per ogni paese partecipante (Romania, Grecia, Italia, Spagna, Polonia, Turchia).

L’obiettivo principale, come suggerito dal nome, era quello di mettere in contatto diverse culture e tradizioni e permettere ai ragazzi di conoscersi l’un l’altro, abbattendo le possibili barriere dovute a differenze sociali e linguistiche. Il mezzo usato per approfondire le rispettive storie e culture è stata la tecnica degli origami, attraverso cui ogni paese doveva rappresentare il proprio simbolo nazionale. In questo modo, oltre a imparare qualcosa sugli altri paesi, abbiamo sviluppato le nostre abilità nei processi e nelle attività creative, una competenza sempre utile.


Durante i primi giorni le attività svolte si sono concentrate sul team building, per far sì che si formasse un gruppo coeso che potesse lavorare in armonia. Successivamente, ci siamo dedicati ai diversi workshop di origami, uno per ogni paese; la sera, durante le serate culturali, i diversi team nazionali hanno preparato presentazioni, quiz, cibi tradizionali e aneddoti sul proprio paese, per consentire a tutti di sapere un po’ di più sulla loro provenienza, in un modo informale e interattivo.

L’ultimo giorno del progetto, abbiamo invitato la comunità locale a partecipare all’esposizione dei nostri lavori, di modo che anche gli abitanti potessero conoscere diversi aspetti delle varie culture nazionali e sperimentare in prima persona la tecnica degli origami.

 

Serena Delli Noci

La mia Danimarca in quattro oggetti

Secondo articolo della nostra volontaria Genny Cabas, la quale sta svolgendo il suo SVE in Danimarca.

Dicono che la mente umana sia in grado di elaborare un’immagine a una velocità 60 000 volte superiore rispetto a quella di cui ha bisogno per comprendere un concetto formulato mediante parole. Teoricamente, dunque, il mio compito di avvicinarvi alla Danimarca e alle sue bellezze (nonché alle sue stranezze) dovrebbe essersi concluso nel momento in cui ho pubblicato questa foto. Si sa, d’altra parte, che l’animo umano ama autocelebrarsi e di certo non sarò io a rappresentare l’eccezione alla regola. Perdonatemi, dunque, se per puro diletto personale mi dilungherò in chiacchiere su quello che è considerato uno dei Paesi più felici al mondo.

Gli oggetti che vedete in questa foto sono le colonne su cui si basa la mia concezione della Danimarca. Per prima cosa ho scelto una cartina geografica in segno di ammissione della mia ignoranza. Prima di trasferirmi in Scandinavia avevo sempre identificato la Danimarca con quella lingua di terra collegata alla Germania, lo Jutland. Figuratevi, poi, se potevo mai immaginare che Copenaghen potesse trovarsi su un’isola, per altro raggiungibile con un Flixbus. La verità è che la Danimarca conta più di 400 isole, di cui circa 70 abitate. Tra queste le più grandi sono collegate alla terraferma attraverso strade costruite su futuristici ponti. Quindi se, come me, sognavate romantiche traversate via mare con il vento tra i capelli, vi toccherà preservare quest’esperienza per una crociera tra i fiordi.
Non guasta, a questo punto, farvi sapere che fanno parte della superficie danese anche le isole Fær Øer, ennesimo tentativo dei Danesi di spaventare gli stranieri con nomi impronunciabili, e la Groenlandia. Quest’ultima dista quasi 3000 km dallo Jutland. La domanda sorge, dunque, spontanea: “Perché la Groenlandia non è uno Stato indipendente?”. La risposta che sono riuscita a darmi dopo due mesi è che la Danimarca è molto piccola e aggiungere qualche zero in più ai suoi 42.924 km 2 deve essere sembrato un modo per accrescere l’orgoglio nazionale.

D’altra parte, è sempre difficile comprendere l’estensione di un Paese attraverso un numero e siccome so che credermi sulla parola quando vi dico che la Danimarca è piccola è alquanto difficile, concedetemi un paragone: l’Italia si estende per 301.338 km 2 , il che significa che è approssimativamente 7 volte più grande della Danimarca. 7 volte. Ecco, questa è un’informazione che forse non avrei dovuto condividere perché se mai vi trasferirete qui sicuramente proverete il mio stesso stato di esaltazione quando, guardando una cartina geografica, mi sono accorta che con tragitti di un’ora potevo raggiungere qualunque posto. E fidatevi, questa sensazione vi permetterà di trasformarvi in megalomani che, fieri di un riscoperto e improbabile sangue vichingo nelle vene, cominciano a organizzare gite ovunque, a discapito del proprio portafogli.

Passiamo dunque a un secondo oggetto della mia immagine. Come qualsiasi fotografo amatoriale che si rispetti, ovvero come qualsiasi fotografo che quantifica il proprio successo in base al numero di like che ottiene su Instagram, ho inserito nell’inquadratura un mazzo di fiori per incattivirmi il mio pubblico. Ma attenzione. Se alla vista dei narcisi già vi eravate lasciati andare a un sorriso compiaciuto pensando che la bella stagione non ha limiti geografici, sappiate che siete sulla strada sbagliata. In realtà i fiori in questione rappresentano il simbolo dell’eterna illusione danese: l’arrivo della primavera. La primavera in Danimarca, infatti, comincia in ritardo e ogni sua apparizione in marzo è solo uno scherzo di Baldr, dio vichingo della speranza, che vuole saggiare quanta voi ne siate in grado di coltivare durante la vostra vita.

 

Fidatevi che il clima danese vi porterà a riconsiderare i vostri principi e a ripensare con pentimento a tutte le volte che avete preso in giro i turisti dall’Europa Settentrionale che in primavera si aggiravano già in magliette maniche corte guardando con un’espressione estatica un debole e tiepido sole. E questo perché qui sarete voi i primi a farlo. Non importa quello che starete facendo. Se mai un raggio di sole sfiorerà il vostro viso, abbandonerete tutto e vi precipiterete fuori ripensando ai felici momenti in cui sguazzavate nelle calde correnti del Mediterraneo. Ma poi, proprio come in quei momenti, quando all’apice dell’estasi venivate raggiunti dalle rassicuranti parole materne “Se non esci dall’acqua vengo lì e ti affogo”, qui al Nord sarete accolti da un freddo che vi entrerà nell’anima facendovi dubitare della vostra capacità di sopravvivenza.

Eppure, i Danesi sono abili ingannatori della mente umana. Lo capirete non appena vi renderete conto del numero di candele accese attorno a voi in segno di sfida all’oscurità perenne. Quindi non stupitevi se allo scoccare della mezzanotte del 21 marzo le case cominceranno a sembrare serre tropicali con vivaci fiori primaverili dappertutto.

Passiamo, dunque, al libro. No, non rappresenta il modo in cui i danesi trascorrono il tempo al di fuori del lavoro. Se così fosse stato avrei dovuto fotografare una bicicletta. Il libro pubblicato dal “Centro di Ricerca sulla Felicità” di Copenaghen (e questa non è una battuta, esiste davvero) mi permette di affrontare un pilastro della cultura danese: “hygge”. No, non ho detto “ighe”. No, nemmeno “ughe”… Vabbè, non importa. Tanto la parte più difficile non è pronunciare questa parola, ma capire che cosa ci sia dietro di essa. “Hygge” è traducibile in altre lingue con “coziness”, “koselig”, “hominess”, “gezeligheid” o “Gemütlichkeit”, ma se oserete proporre questi paragoni a un danese dovrete fare i conti con una faccia indignata e una risposta secca: “Hygge è molto di più”. Che cos’è dunque “hygge”? Questa domanda mi ha ossessionata durante i miei primi tempi qui. Se era una cosa così straordinaria, volevo assolutamente provarla sulla mia pelle, per lo meno per dare una speranza alla mia anima incontentabile che sarebbe in grado di essere infelice anche nel Paese più felice del mondo. Ho cominciato quindi a bersagliare di domande chiunque mi capitasse a tiro ed ecco il risultato della mia inchiesta: si prova “hygge” bevendo una tazza di tè caldo di fronte al camino con il proprio fidanzato, guardando la pioggia che cade con una coperta in grembo e candele attorno, trascorrendo il Natale assieme alla propria famiglia, cantando di fronte a un falò d’estate e la mia preferita… bevendo una birra dopo la partita di calcetto. Insomma “hygge” è ovunque purché si ricerchi il piacere delle piccole cose e sono sicura che ognuno di voi si è riconosciuto in almeno una di queste situazioni.

 

Come ultimo oggetto-simbolo ho scelto le mie più acerrime nemiche: le monete. La Danimarca non appartiene all’Eurozona e prevede l’uso della corona danese. La corona è stata introdotta nel Paese nel 1873 in seguito alla creazione della Unione monetaria scandinava insieme alla Norvegia e alla Svezia. Dopo la prima guerra mondiale, però, l’unione si sciolse e ogni stato adottò una valuta indipendente.
In Danimarca è raro pagare in contanti e spesso è possibile pagare solo con la carta di credito. Se però, come me, siete stati risucchiati dalla burocrazia e avete ancora difficoltà a aprire un conto in banca e non usate la vostra carta di credito nazionale per evitare alte commissioni, dovrete sapervi destreggiare con la nuova valuta e saper riconoscere le sue monete. Riconosco che vivere in un Paese con un basso livello di delinquenza ha molti vantaggi e uno di questi è affidare il portafoglio al cassiere ogni volta che vado al supermercato. Eppure non riesco a essere in collera con la corona danese. Non solo perché fare commissioni con una valuta diversa da quella a cui si è abituati permette di non rendersi conto di quanto si stia spendendo (e fidatevi in un Paese con un costo della vita molto elevato, ciò fa molto bene alla coscienza), ma anche perché le monete da 1, 2 e 5 corone sono irresistibili con il loro buco al centro. In quanto al motivo per cui siano così, ho ascoltato molte teorie: per il modo in cui un tempo le monete venivano legate su una cordicella, per essere riconoscibili ai ciechi, per non causare la morte per soffocamento a un bambino semmai le ingoiasse (…), per avere un valore equivalente al metallo utilizzato. Qualunque sia la verità, per me rimangono il motivo per cui non odio la corona danese nonostante la mia vita sarebbe stata molto più semplice se la Danimarca avesse adottato l’euro, specialmente quando vado al bar e mentre pago in contanti il cameriere si chiede se io usi ancora la carrozza con i cavalli.

 

 

Vivere all’estero mi ha insegnato che gli stereotipi spesso sono solo luoghi comuni e che ognuno di noi può ritrovare un Paese in alcuni oggetti. Si tratta di una ricerca molto personale e mi piace pensare che in realtà siano gli oggetti a scegliere noi e non viceversa. Invito tutti voi, la prossima volta che sarete all’estero, a cercare quegli oggetti che identificate con quel Paese. Vi prometto che non ve ne pentirete perché quando tornerete a casa vi faranno rivivere gli stessi profumi, le stesse emozioni e attraverso di quelli avrete una storia da raccontare. Per quanto mi riguarda, non riuscirò più a guardare una cartina geografica danese, dei narcisi, un libro su “hygge” e delle monete senza sorridere.

 

Genny Cabas