Dagli occhi di un siriano: il volontariato di Giuseppe

Il nostro volontario Giuseppe Riccardi è stato a Gaziantep grazie al progetto “EU for Us“, co-finanziato dal programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea e supportato dall’Agenzia Nazionale per i Giovani.

 

Nei suoi mesi di volontariato, ha sviluppato diverse iniziative, laboratori per favorire l’inclusione dei giovani siriani nella comunità locale nonché creare attività per la gente del posto favorendo crescita, senso di iniziativa e interculturalità.

 

Tra le diverse iniziative, Giuseppe ha pensato e sviluppato quello che è il suo progetto personale: la tesi sull’esperienza a Gaziantep in cui ha inserito una raccolta di fotografie scattate da un rifugiato siriano a cui ha chiesto di ritrarre ciò che più rappresentasse, secondo il suo punto di vista, la città vista dagli occhi di un siriano.

 

Qui di seguito una selezione della raccolta.

Jennifer e la sua esperienza ESC a Sousse

Un pensiero da Jennifer, la nostra volontaria del progetto “Experience the Change!” presso l’associazione ASED in Tunisia. Il progetto è co-finanziato dal Programma del Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea e supportato dall’Agenzia Nazionale per i Giovani.

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Confinati in casa, sì, ma nulla ci impedisce di viaggiare con la mente, sognando e pianificando esperienze future o rivivendo quelle passate, come quella del mio primo ESC a Sousse, Tunisia.

Ed ecco quindi che, letteralmente in un battito di ciglia, non sono più sola. Bambini di ogni età mi corrono in contro, urlando il mio nome, per poi abbracciarmi forte e sussurrarmi all’orecchio tutte le parole e i numeri in italiano imparati finora. Sono i bambini dell’orfanotrofio. Passare le giornate con loro era una vera gioia. Con quei sorrisi, quella vivacità e quell’ingenuità con cui ti dicevano tutto ciò che pensavano. Non importava da quale paese venissi o quale lingua parlassi, loro volevano solo giocare con te, volenterosi di imparare e mostrarti quanto già sapevano, senza rendersi conto di quanto loro, in realtà, ci stessero insegnando a noi.
Loro che pur non avendo nulla, ogni volta che ti vedevano ti regalavano qualcosa, anche solo un cioccolatino, che ti raccontavano dei sogni futuri, che ogni volta che arrivavi quasi si stupivano nel vedere qualcuno che davvero si interessasse a loro. Ognuno con la propria storia.

Da lì poi, eccomi che mi ritrovo al vivaio, con Karima, Mounira e Mabruka, le mie 3 mamme tunisine. Delle super donne, dal cuore d’oro e le braccia fortissime. Lavorare con loro era sempre festa. Piantavamo, innaffiavamo,  potavamo piante ecc ho imparato tanti piccoli segreti dell’arte del giardinaggio. Amavano viziarci preparandoci  sempre piatti tipici. All’ora di pranzo ci mettevamo in circolo, usando secchi a mò di sedie e tavoli, e condividevamo il cibo, tutti insieme dalle stesse ciotole, mangiando rigorosamente con le mani. Persone semplici, che lottano ogni giorno per guadagnarsi da vivere e mandare avanti una famiglia.
Grazie a loro ho potuto conoscere tanto della cultura araba, delle loro tradizioni, del loro stile di vita. Rispondevano ad ogni mia singola domanda e lo stesso facevo io con loro, così curiose di saperne di più dell’Italia sotto ogni suo aspetto.
Quando parlavano del Ramadan, di tutte le loro festività gli brillavano gli occhi commosse. Ci davano consigli, erano sempre presenti e si preoccupavano di come stessero i nostri parenti o amici. A parte una di loro, le altre non parlavano altro che tunisino, ma nonostante ciò non ci sono stati problemi di comunicazione. Anzi, è stato un buon esercizio per poter praticare tutto ciò che imparavamo durante la nostra lezione settimanale di dialetto con Oumaima, la figlia del nostro coordinatore. Lezioni del tutto informali, ma ben strutturate e organizzate e grazie alle quali abbiamo imparato davvero tanto.

E poi ecco che mi trovo a guardare il mare, alla spiaggia dietro casa. Una delle cose che più ho amato. Quando eravamo troppo pigri per organizzare piccoli viaggi o gite fuori porta, era il nostro angolo di paradiso lontano dalla confusione, che fosse per prendere un po’ di sole o anche solo una passeggiata. A febbraio avevamo addirittura fatto il bagno, il primo della stagione, e spesso organizzavamo giornate per raccogliere i rifiuti, cercando di esaltare al meglio la bellezza di quei paesaggi. La gente era grata per ciò che facevamo e si era messa a disposizione anche per fornirci materiali come buste e guanti in caso di bisogno.

Oltre a ciò, diverse sono state le attività proposte da noi volontari in prima persona o organizzate tramite il nostro centro giovanile. Abbiamo aiutato nella raccolta delle olive, partecipato a delle lezioni di scuola coranica con i bambini, eventi culturali, dipinto e pulito scuole, preso parte a un progetto sui mosaici, imparando quindi a tagliare marmi, ristrutturato muri in pietra, sistemato giardini, organizzato giornate a tema ecc tra queste, ovviamente, non poteva mancare quella italiana, durante la quale abbiamo raccontato un po’ della nostra storia e cultura e abbiamo fatto assaggiare loro alcuni dei nostri prodotti tipici, anche se, purtroppo per loro, non sono in grado di apprezzare realmente i nostri sapori. Per loro infatti non esistono mezze misure, tutto deve essere dolcissimo o strapiccante. Personalmente, essendo abituata a cibi speziati, non ho mai avuto problemi, anzi, ho amato la loro cucina, nonostante la monotonia degli ingredienti. Penso che l’aspetto culinario sia fondamentale per capire la cultura e la storia di un popolo. Come, quando e perché mangiano determinati piatti, i segreti della preparazione di ciascuno e le mille varianti.
A tal proposito, ho organizzato spesso lezioni di cucina tradizionale tenute da alcuni amici e le loro mamme, per scoprire tutto ciò che c’è da sapere e poter replicare le varie ricette anche a casa.

Ecco ora il profumo del pane appena sfornato e la confusione del mercato, sono nelle stradine della Medina. Un posto magico, anche se ormai un po’ troppo turistico, con i suoi negozietti e caffèes. Le signore con i loro abiti tradizionali e i gli anziani seduti a giocare a carte con caffè e sigaretta ti fanno però tornare indietro nel tempo.
Quelle stradine che inizialmente sembravano un labirinto senza via di uscita ma che dopo tutti quei mesi ricordi a memoria. La gente ormai mi riconosceva per strada e con molti ci si scambiava sempre due chiacchiere. I tunisini in generale sono delle persone squisite, sempre pronte ad aiutarti, ospitali, gentili ed educati, anche se ovviamente non possono mancare le eccezioni. Una delle cose che più mi affascinava era il fatto che ci si scambiasse il saluto in segno di rispetto con chiunque si incrociasse per strada, o con chiunque si avesse un’interazione. Che fosse l’autista dell’autobus, un cameriere, un negoziante o qualcuno a cui si era chiesto un’indicazione, tutti ti regalavano sempre un grande sorriso.

Oltre a tutte le attività, anche grazie a questi piccoli dettagli di vita quotidiana, alla semplicità e bontà delle persone ho imparato e sono cresciuta tanto, a livello pratico quanto soprattutto a livello emotivo e mentale. Anche l’essere indipendenti, il dover gestire i propri soldi, il proprio tempo, il dover condividere un appartamento con altre 4 persone, con abitudini e pensieri completamente diversi, tutto ti cambia. Ci si rende conto dei veri valori della vita, di quante cose spesso diamo per scontato, si vede tutto sotto un altro punto di vista. Una crescita che sicuro mi ha aiutato tanto anche ad affrontare questo periodo così particolare che stiamo vivendo.

Quella dell’ESC è un’esperienza che rimane nel cuore, sempre viva e piena di emozioni, non solo per l’infinità di ricordi e momenti speciali vissuti ma soprattutto grazie ai forti legami che si instaurano.  Oltre ai membri dell’associazione, i miei coinquilini, i bambini, le maestre, le mie “mamme tunisine” e tutti i dipendenti del vivaio, infatti, sono tante le persone che sono entrate a far parte della mia vita e che tuttora, tra messaggi e videochiamate, fanno parte della mia quotidianità. Gente del posto ma anche da altre parti del mondo, Spagna, Italia, Turchia, Cina, Korea, Romania, con cui ho condiviso momenti indimenticabili, che mi hanno accompagnato in questo mio percorso, standomi sempre vicino e che ormai sono come una seconda grande famiglia per me. Sicuramente dovrò aspettare ancora un bel po’, ma non appena tutta questa situazione sarà finita, tornerò nella mia amata Tunisia per  riabbracciare tutti più forte che mai! Per ora continuiamo a fantasticare!

 

Jennifer Tamerat

Beatrice e il suo ESC a Samara

Un racconto (in inglese) scritto dalla nostra volontaria Beatrice, la quale ha partecipato al progetto “Samara SuperVolunteers” co-finanziato dal Programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

Beatrice ha collaborato con un asilo che attua l’educazione steineriana nei confronti dei proprio bambini per incoraggiare la loro partecipazione a tutte le attività proposte. La volontaria ha quindi promosso la sua cultura e i processi interculturali supportando la formazione creativa dei bambini.

 

A fac totum spider and a train full of landscapes 

I’ve always thought that people going on a volunteering project are a new version of Mother Teresa of Calcutta, putting their time and energy at the disposal of other people in other countries. Then I decided that I wanted to go back to Russia again, in a different ways this time, not as an exchange student, so I started looking for associations and projects for young people.

I found the association Lastochki, working in a big city in the middle of Russia and I understood that that’s was I was looking for.

I wanted to discover the real soul of Russia, its traditions and habits and to improve my language knowledges: working in a Kindergarden could have been a perfect way to start. Moreover I asked to live in a host family, a decision that has is pros and cons but still I think it’s worthy if you want to  live the real Russian life.

In a few weeks everything was already decided and I was ready to leave for the big Russia.

Three days after my arrival I was sent with other 3 volunteers of Lastochki on the On Arrival Training, a very useful meeting with all the volunteers in Russia, where we could discuss our aims, our expectations, our feelings, fears and problems in order to work on them together. 

There I found two pictures that perfectly represent what is the ESC for me:

1) a spider sailing on a nutshell, trying to fulfil all the tasks needed, trying to survive and making everything go well.
2) a train travelling on a coloured landscape where each coach is represented a different landscape (mountain, lake, sunny day, cloudy day).

On the one hand the spider is me, trying to combine all the tasks I have both in my kindergarden (paying attention to the youngest children, playing with them, help them eating and get dressed, clean the floor and cutlery) and in general in the project life (organising international evenings with games and workshops, going to Russian classes, live with the family and take part to all the activities they propose to me, handle with the new challenging realities of the Russian culture).

On the other hand the train sums up the ESC experience in general: a period of time in a foreign country includes different moments, happy and sad, difficult and easy, lonely or full of people, satisfying or frustrating but you have to be ready to face all of them, keeping in mind that every feeling and situation is part of the “journey” and that is right to live it with all your energy and that you can always learn something from every situation, make them useful in order to repeat or avoid them in the future.

Working at a Kindergarden

After this 4-days training I started my project in the first Kindergarden, where I was a border- figure. The waldorf kindergardens have a strict plan of the day and the week, this means that after one week you already know what is approximately going on there. They have 5 different workshops, one for each day of the week (painting, taking care of the plants, preparing biscuits, working with wood etc) for the first part of the morning. Afterwards they gather together in a circle, sing songs, play games until the breakfast is ready. It’s interesting to learn all the rules they have, but it’s easier if you ask how you have to behave in order not to make any mistakes and being (kindly) yelled by the teacher. After breakfast there is one hour free time for playing inside (when you can play with every child, read books with them, build houses and any other thing that your creativity is able to invent) and then one hour on the playground in front of the Kindergarden, even if it’s cold or the ground is frozen, because they are really good equipped. I was asked to clean with the vacuum cleaner some areas of the kindergarden while the children were playing outside and then as soon as I finished I used to join them outside. It’s a lot of fun outside because you can play different games, team games too, and it’s much more active than inside.
After the walk it’s time for a fairytale and once is finished lunch is usually ready.
After lunch the children go directly to bed so I used to help cleaning the tables and sweep the floor and then I went home.
Working there every day until 2 pm is interesting and challenging: the amount of children brings you to make several things at the time like control what they do and whether they argue with each other, pay attention to all of them because everyone wants to tell you about something happened with the grandma, with the cat, on the bus or on the toilet. Speaking and spending time with the children is so freeing, firstly because they have another vision of the world and can surprise you every time and secondly because even if you speak with mistakes they don’t care and answer you as if you said the most grammatically correct sentence, so you don’t really need to worry about you knowledges and can just speak freely.

Moreover it’s very practical changing tasks so often because you don’t get bored of them and for example cleaning the floor alone and in silence can be really helpful and energizing and after 3 hours of playing with screaming children.

Of course there are also difficulties in these kinds of project: sometimes, especially at the beginning, it’s difficult to understand the language spoken by the kids and the teacher, as if they had their own secret and magical language. Some songs are hard to learn too, also because the topics can be very disparate but the easiest thing to do is to ask the teacher if they have the lyrics, or if they can explain you the meaning so that you can understand better what’s going on and try to remember it better and faster. One thing that I regret is that I didn’t insist too much to take part actively to the organisation of workshops, festivals and being generally more involved in the day activities, so I just did what they told me to do but I never really helped with the organisation. Probably it was lack of communication or interest from both sides. This happened during the first days too, because nobody explained me what I had to do, which was quite confusing at the beginning, but then I understood what I could or couldn’t do and decided what I wanted to do.

After three months, as agreed, I changed my Kindergarden. It was really sad to leave the first one, because I had already found my space, my role and my position during the day and with the children. I knew that it would have been different because of the smaller environment, the number of children and their way of development of the Waldorf system. As soon as I got there I immediately felt home because the teacher were very kind to me, explained me what were my tasks and how was the day organized. To that Kindegarden go only 6/7 children but they are more active and a little bit older than the children of the first Kindergarden so I didn’t get bored as I was afraid. It was a different experience because I was more involved in the games or activities and I had a little more time to have a conversation with the people working there. At the same time as it was smaller you don’t have that much space to move or to change “setting” during the day so sometimes  it feels you are 7 hours stuck in the same place but it’s okay.

Extra but important activities

What I also loved about my project in Samara were the activities we organized in the Lastochki office or cooperating with other local associations. In the office took place many international nights (depending on the nationality of the volunteers), cooking workshops, Christmas party, S. Valentine party etc. This means that we offered activities, games, meetings with discussion on different topics and these were perfect opportunities to meet new people, speak foreign languages, present our own culture, reflect on it and reflect on what would have been the best way to share it with people from other cultures, learn interesting and fun facts about other countries and create a pleasant and enjoyable atmosphere. The best thing is that every volunteer, even if we have different characters and not everyone is keen on speaking in front of other people or prepare activities but each of us tried to do its best and the result was, in my opinion, every time different but perfect.

Cooperating with other associations of Samara was a new challenge for me too and the same time was very interesting. It was a chance to learn about important topics (like environment protection) and share our knowledges with other people and again to spread infos about our culture. It was really stimulating and satisfying planning an event, working with other volunteers, coming to agreements, facing unforeseen events and speaking in front of many people.

Pleasantly unexpected

How nice is it, to be surprised? And when your expectations are exceeded?

Maybe because everything was decided in such little time I didn’t realize exactly was I was going to do, or maybe simply I underrated the program and was excited just by the idea of living abroad, in a host family and working with children and focused on that but already during the first weeks I understood that ESC was much more.

The coordinators asking about the trip, keeping contact with you, the host family, the mentor that helps you solving the main problems after the arrival and gives you support (a slice of Dodo “pizza” can be very useful sometimes) and the trainers of the meetings with all the other volunteers in Russia. It’s a big family, everyone knows each other, help each other and try their best to make you feel comfortable, at ease and to develop yourself.  I was positively impressed.
Moreover self development, under so many points of view, is something that I didn’t take into account and I only thought  about it at the “On Arrival Training”. When trainers asked us which were our aims for the project abroad most of us thought about learning Russian language, culture, cuisine and habits but then they showed us that this is only the tip of the iceberg. There are so many soft skills that you can develop and acquire by living abroad and facing so many new situations that, in the end, it seems that the time is too little to achieve them all. But the time is there, it’s yours and you only have to use it in the best way. This is the world that the Youthpass document and trainers opens to you, with the aim to make you taking advantage as much as possible from your project, reflecting about the non-formal learning process and becoming a active citizen. Amazing, isn’t it?

That is what I lived in the far and unknown Samara, which was the perfect frame for this incredible experience. I’ll be back soon.

Beatrice

Tra mondi diversi: la Gaziantep di Laura

Laura è la nostra volontaria a Gaziantep presso il progetto “EU for us” co-finanziato dal Programma del Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

Cos’è un confine, cos’è una frontiera, ho avuto modo di riflettere molto sul significato di questo concetto nei tre mesi ormai passati qui a Gaziantep. Dov’è che si trova questa città? Una delle prime cose che ho fatto quando ho cercato informazioni su questo progetto è stata andare su Google Maps e calcolare la distanza dalla frontiera con la Siria e quella da Aleppo, che si trova poco più a sud, più vicina di tante altre città turche: sulla stessa schermata della mappa di Gaziantep tanti nomi di città note tramite cronache di guerra. Cosa dovevo fare?

Ero spaventata ma allo stesso tempo questa stessa paura mi spingeva a saperne di più e a fiondarmi un po’ incoscientemente in un progetto così lungo -7 mesi- e in una zona così critica. Ma avevo bisogno di partire, dopo la cerimonia di laurea triennale a luglio avevo iniziato a girovagare per vari siti di opportunità europee, presa dalla confusione totale sul mio futuro: sapevo solo che volevo fare qualcosa di bello, di diverso, magari più pratico di tutto ciò che avevo fatto prima, magari in Turchia, che, insieme al mondo arabo, è da qualche anno il mio focus di studio.

Circa tre settimane dopo un incosciente “sì”, sono scesa dall’aereo e sono stata colpita da questo caldo secco di Anatolia, in una domenica sera ricca di aspettative. Io e gli altri ragazzi partiti con me siamo stati accolti dallo staff e dai volontari di Geged in questo stesso patio da cui sto scrivendo, con un tavolo di legno e il pergolato di vite che vi si offre al di sopra…e pure queste sedie semirotte alla fine hanno un che di poetico, anche se devi davvero avere fortuna a scegliere quella che non ti farà cadere per terra o le cui viti scoperte non creeranno uno strappo nei pantaloni ad altezza schienale. Ma una piccola percentuale di rischio fa parte del gioco, no?

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Quella prima sera la città si è presentata già semiaddormentata, con serrande chiuse e luci fioche che non rivelavano i colori vibranti e chiassosi delle insegne né i vari toni di grigi degli edifici non imbiancati, che avrei scoperto i giorni e le settimane seguenti: colore e non-colore, caos e silenzio sono solo due delle tante rappresentazioni dell’essenza multiforme e sfaccettata di questo posto.

Infatti, in ogni angolo di questa città si può inspirare la compresenza di persone e realtà diverse che hanno convissuto in quest’area sin da tempi remoti e di quelle che l’hanno abitata più recentemente, valicando questo famigerato confine. Per questa ragione, Gaziantep ha infinite storie da raccontare e le condivide con te parlando in diverse lingue, alcune delle quali formate da parole e altre composte più semplicemente di gesti e abitudini; alcune che conosci e altre che ti appaiono impossibili da decifrare.

La prima settimana è servita appunto per i vari giri di ricognizione, per imparare ad orientarsi tra i posti, conoscere e riconoscere le persone e le varie attività che Geged svolge, che sono davvero tante. La maggior parte di queste attività ha come focus principale l’insegnamento dell’inglese secondo metodi informali e che definirei “amichevoli”. Ovviamente i metodi cambiano a seconda dell’età degli studenti e del loro livello: si varia da bambini delle scuole elementari a giovani adulti che studiano o che sono già inseriti nel mondo del lavoro (o che ambiscono ad entrarvi, ma sono ancora disoccupati). Generalmente vivono tutti stabilmente in città, turchi o siriani che siano.

Il “contenitore” principale è sì l’insegnamento dell’inglese, ma le situazioni cambiano decisamente l’una dall’altra: alcuni sono ragazzi coetanei a noi volontari, che sanno esprimersi quasi perfettamente e con cui è facile comunicare e parlare di qualsiasi argomento durante le pause dalle lezioni oppure bevendosi un çay (tè turco-aspettatevi di consumarne almeno due al giorno) dopo la lezione.

Altro discorso è quando entri in un’aula e al tuo “Hello” solo in due o tre rispondono e allora va bene, iniziamo da “What’s your name?” scritto bene in caratteri cubitali alla lavagna: lì speri che tutto andrà bene, in fondo insegnare le basi della lingua dovrebbe essere facile, no? Eh no. Perché poi ti rendi conto che una delle ragazze non guarda la lavagna ma chiede alle amiche cosa deve dire: perché? È scritto male, è troppo piccolo? La lavagna è troppo lontana?

_Non so leggere. _

Me lo dice in arabo: non sa leggere l’alfabeto latino, non ancora. Lo stanno imparando con il turco, non sono arrivate qui da molto tempo, ci stanno lavorando, sì, ma sono solo all’inizio.

Ero anche qui spaventata, non mi sentivo all’altezza del compito: chi sono io per affrontare una cosa del genere, per prendermi la responsabilità dell’apprendimento di ragazze così piccole, praticamente bambine?

Però, d’altronde, siamo la loro scelta migliore. Se non ci provo io che ne ho la possibilità, quante sono le probabilità che imparino anche solo qualche parolina, altrimenti?

Quante cose diamo per scontate? Quanto siamo fortunati, ricchi, sereni e spensierati, non ce ne rendiamo neppure conto: consapevolezza, questo sto imparando qui a Gaziantep.

È stata una sfida, lo è tuttora, è una sfida andare a lezione e ripetere la stessa cosa mille volte, comunicare un po’ a parole un po’ a gesti, cercare di farle stare attente spesso senza ottenere molto se non due risicati minuti di silenzio, finendo per terminare le lezioni priva di voce ed energia… Ma poi un giorno, uscendo dall’aula due/tre ragazze un po’ di corsa mi hanno salutato con un “Bye bye teacher, I love you”. Scioccata: sono tornata a casa con un sorriso fino alle orecchie. Probabilmente l’hanno detto un po’ per dire, perché l’hanno sentito dire in qualche film o canzone, ma non importa: l’affetto e la gratitudine che ti danno, anche se espressa a fatica e spesso in modo implicito, è impagabile. Nonostante i rimproveri e certe giornate più difficili ho l’impressione di essere io la beneficiaria del volontariato, quella a ricevere qualcosa da loro, molto più grande di quello che ricevono loro con le mie lezioni.

E comunque qui, tra volontari europei e locali, non si è mai soli di fronte alle difficoltà né di fronte ai piccoli successi. Una delle prime cose di cui mi sono resa conto a pochi giorni dal mio arrivo è che questa realtà è soprattutto plurale: si parla di noi, noi volontari di Geged, la nostra organizzazione, le nostre attività, i nostri problemi e le nostre soluzioni. Per me, abituata all’individualismo e alla competizione imposti un po’ dal mondo dell’università e un po’ da me stessa nelle mie precedenti esperienze, è una dimensione totalmente nuova: è qui che ho imparato a cucinare per più di 5 persone, ad avere sempre la casa piena di gente – al pranzo di Natale eravamo in 22! Ho imparato ad accogliere i nuovi volontari che arrivano anche solo per un mese, vivere nella stessa casa in 10, 15 persone per quel breve, brevissimo “short term”, parlare fino a tardi in mille lingue diverse, lavorare in gruppo, fare un passo indietro e capire le esigenze e differenze altrui, condividere esperienze, pezzi di pane, debolezze, risate… e poi anche avere la forza di sentirsi svuotati nel dire “a presto” quando ripartono, salutarli in ciabatte sulla porta di quella che è diventata casa, consapevoli di avere, da quel momento, un’altra casa in Spagna, Romania, Portogallo…Siria.

In quest’esperienza è con due realtà diverse che si impara a convivere: Geged stessa e Gaziantep, diversissime ma simili per l’eterogeneità di storie e origini delle persone che ci vivono.

Ciò che vorrei fare qui è capire questa apparentemente confusa commistione, le cui diversità e conflitti sembrano in qualche modo convergere in una caotica armonia che odora di spezie, pistacchi, caffè e torte preparate alle 2 di notte in cucina comune e risuona come il metallo che batte contro altro metallo per formare i mille oggetti esposti al çarşı, il mercato antico del centro storico.

 

Laura Zamagni

Il resoconto di Sebastiano: il volontariato in Spagna

Vi scrivo per fare un resoconto del mio mese qui a in Spagna, dove svolgo lo sve presso il cento Psichiatrico di Plasencia in Extremadura.

Il primo mese è stato soprattutto di osservazione e di conoscenza dei pazienti e degli operatori, il fatto di parlare con loro mi è d’aiuto per due motivi :
1) Migliorare la lingua spagnola parlata.
2) Attraverso l’ascolto e la conoscenza dei pazienti, posso farmi un’idea su che attività proporre.

Due volte alla settimana il Lunedì e il Mercoledì frequento con i volontari il corso di lingua spagnola presso l’Escuela oficial de Idiomas, proprio in questa scuola mi si aperta una nuova opportunità, ho conosciuto l’insegnante di lingua italiana, che ci ha proposto la partecipazione ad alcune attività che vengono proposte. Il 13 novembre hanno invitato me e Martina l’altra volontaria italiana a parlare ad una conferenza sull’Italia, Martina ha parlato della sua terra la Sardegna io dell’Emilia Romagna, è stata una serata piena di soddisfazioni in quanto abbiamo avuto l’opportunità di farci conoscere a nuove persone e a fare conoscere da dove veniamo.

Alla fine di Ottobre è arrivata nel centro Madalena, una volontaria del Portogallo, è stato molto importante per me in quanto possiamo confrontarci e decidere su che attività possiamo fare. Un grazie particolare va a Rodrigo un volontario locale con cui svolgevo attività il sabato mattina, il mio grazie sta in due motivi:
-Mi ha dato insegnato a conoscere la realtà del centro e mi ha indirizzato come relazionarmi con i pazienti che non conoscevo
-Mi ha permesso di conoscere gente del posto, un motivo in più per migliorare ancora la mia lingua

Vivo in un appartamento con altri volontari, una portoghese e due francesi, uno dei momenti più importanti della vita quotidiana della casa e la condivisione del pasto, si cucina e si mangia tutti assieme, si è creata così una rete di relazioni.

In totale siamo 8 volontari con tutti si è creata un’ ottima relazione, sabato 16 novembre alla sera faremo una cena internazionale dove tutti i volontari cucinano un piatto del proprio paese, questa a cena ha il valore della condivisone, della conoscenza di nuovi cibi che sono parte integrante di una cultura di un paese, ma prima di tutto è lo stare assieme. Quando possiamo cerchiamo di vivere e conoscere la città.
Ringrazio Scambieuropei e l’associazione Euexia per avermi dato questa bellissima opportunità.

A presto.
Sebastiano Beretti

Lettera di Paola: un progetto di volontariato ad Amsterdam

Paola, volontaria a WorldHouse, ci ha inviato questa lettera dopo il progetto, che è stato co-finanziato dal Programma Erasmus+ della Commissione Europea.

Carissimi di Scambieuropei,

Come state? Spero di trovarvi bene.

Con questa email vorrei ringraziarvi di cuore per l’aiuto, il sostegno e la pazienza che avete dimostrato nei miei confronti. Soprattutto nei miei periodi di latitanza.

Lo SVE ad Amsterdam è stata un’esperienza intensa e stupenda sia a livello umano che a livello professionale. E per questo il minimo che posso fare è scrivere una mail per ringraziare chi ha permesso che questo accadesse, e cioè voi di Scambieuropei.

Questo SVE presso il Worldhouse è stata una delle esperienze che ricorderò per il resto della mia vita per la tanta gioia, l’appagamento, la sofferenza (non sempre), e per essere il posto dove ho lasciato una parte del mio cuore e soprattutto dove ho costruito una Famiglia.

Lavorare con migranti, persone tagliate fuori dalla società. vittime di traffico di esseri umani, madri con bambini senza tetto, richiedenti asilo rinnegati da diversi paesi europei, non è stato sempre rose e fiori. Anzi!. All’inizio ricordo di aver problemi a dormire per il carico emotivo che stavo vivendo. Eppure non ero da sola. Lo staff del Worldhouse ci ha sempre sostenuti e si sono sempre preoccupati per la nostra sanità mentale ed emotiva. Soprattutto la nostra supervisor, Bo van Ladensteijn, un’amica di cuore al giorno d’oggi, e per i prossimi che verranno.

Nonostante noi fossimo “solo” volontarie, ci hanno sempre chiesto la nostra opinione sulle decisioni professionali da prendere. Alle volte ci hanno fatto prendere decisioni che magari non dovevamo prendere, ma per questo, col senno di poi, li ringrazio vivamente. E’ grazie a questa fiducia che ho sviluppato delle qualità professionali trasversali che altrimenti non avrei oggi. Hanno creduto in noi e si sono fidati del nostro istinto. Tanto per fare un esempio, è successo che noi, “semplici” volontarie, abbiamo dovuto decidere a chi offrire un posto per dormire e chi mandare a dormire per strada. Non è stato facile, ma senza di questo oggi sono in grado di stabilire chi presenta delle vulnerabilità rispetto ad altre.

Ma poi: gli utenti del Worldhouse. Queste persone che mi hanno accolta a braccia aperte dal primo giorno. Nonostante ancora non sappiano chi sia Paola e chi sia Marta, perchè secondo loro siamo uguali. Posso dire con orgoglio e con un pizzico di nostalgia di aver lasciato una nuova famiglia. Oltre all’umanità e umiltà di cui ho respirato a polmoni aperti, posso affermare che il Worldhouse mi ha insegnato così tante sfaccettature della vita a cui vado incontro, di multiculturalismo e sensibilità che sui libri non si imparano.

Senza il vostro aiuto tutto questo non sarebbe stato così facile e spontaneo. E per questo vi ringrazio di cuore.

Per concludere, grazie a questo SVE ad Amsterdam adesso mi trovo a Malta, ho iniziato la settimana scorsa a lavorare presso EASO, un’agenzia europea che lavora con migranti e materie di protezione internazionale. Adesso mi trovo a fare un lavoro simile a quello del Worldhouse, solo che per un’autorità europea.

Senza questa esperienza non sarei mai stata in grado di parlare per dieci minuti di fila delle millemila attività che ho svolto durante un solo anno di servizio. E convincere EASO ad assumermi.

Vi auguro il meglio e il di raggiungere il successo che vi meritate, singolarmente ad ognuno di voi che ha lavorato per me e altrettanto un futuro brillante all’organizzazione in sè.

Con grande stima

Paola Acquesta