Non esiste uno sguardo neutrale: raccontare il carcere tra informazione, etica e responsabilità

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A Bologna un incontro organizzato da Scambieuropei ETS nell’ambito del progetto europeo INSIGHT ha messo al centro il rapporto tra giornalismo, carcere e responsabilità. Dalla scelta delle parole alla rappresentazione delle persone detenute ed ex detenute, fino al racconto dei minori a rischio di devianza: come informare senza alimentare stereotipi, pregiudizi e bias?

Il 29 settembre 2026, presso CostArena a Bologna, si è svolto l’incontro “Non esiste uno sguardo neutrale. Il racconto giornalistico del carcere tra etica e responsabilità”, organizzato da Scambieuropei ETS nell’ambito di INSIGHT – “Initiating New Standards in Journalism: Supporting (formerly) Incarcerated Groups with Honour and Tact”, progetto internazionale cofinanziato dal programma Erasmus+ dell’Unione Europea.

L’incontro ha rappresentato un momento di confronto sul ruolo che giornalisti, comunicatori e media possono avere nel costruire la percezione pubblica del carcere, della criminalità, della giustizia e, soprattutto, delle persone che hanno vissuto un’esperienza di detenzione o che si trovano in situazioni di particolare vulnerabilità sociale.

Non esiste uno sguardo neutrale

Raccontare una persona non significa soltanto riportare dei fatti. Ogni articolo, titolo, fotografia o intervista implica una serie di scelte: quali informazioni includere, quali parole utilizzare, quale immagine proporre e quale contesto offrire al pubblico.

Quando si parla di carcere e criminalità, queste scelte possono avere un peso particolarmente significativo. Una persona può essere presentata principalmente attraverso il reato commesso, la condanna o il periodo trascorso in carcere, oppure può essere raccontata anche attraverso la sua storia, il suo percorso personale, le sue responsabilità e i cambiamenti intervenuti nel tempo.

È proprio in questo spazio che entra in gioco l’etica dell’informazione.

Un’informazione responsabile non significa nascondere o minimizzare i fatti. Significa raccontarli senza trasformare una singola esperienza in un’identità permanente.

Definire una persona esclusivamente come “criminale”, “delinquente”, “ex detenuto” o “persona a rischio” può contribuire a fissarla in una categoria e a far passare in secondo piano il fatto che si tratta, prima di tutto, di una persona con una storia complessa e con la possibilità di intraprendere percorsi diversi.

Le parole non sono neutre

Uno dei temi centrali affrontati durante l’incontro è stato il rapporto tra linguaggio e rappresentazione.

Le parole utilizzate dai media contribuiscono infatti a costruire categorie e associazioni mentali. Quando determinati termini vengono ripetuti nel tempo, possono consolidare una rappresentazione stereotipata di gruppi sociali già esposti a marginalizzazione.

Questo è particolarmente importante quando si raccontano persone detenute o ex detenute.

Un linguaggio attento non significa semplicemente sostituire una parola con un’altra. Significa interrogarsi sul motivo per cui una determinata informazione viene inserita nell’articolo e sul modo in cui viene presentata.

Alcune domande possono aiutare chi comunica a riflettere prima di pubblicare:

  • Questa informazione è realmente necessaria per comprendere la notizia?
  • Sto descrivendo una persona o la sto riducendo alla sua condizione giudiziaria?
  • Il linguaggio che sto utilizzando può rafforzare uno stereotipo?
  • Sto presentando la persona esclusivamente attraverso il suo passato?
  • Ho fornito abbastanza contesto per permettere al lettore di comprendere la situazione?
  • La fotografia, il titolo e le immagini utilizzate rafforzano una rappresentazione stigmatizzante?
  • Sto distinguendo tra fatti verificati, interpretazioni e giudizi?

Queste domande diventano ancora più importanti quando il soggetto della comunicazione è una persona minorenne.

Raccontare i minori senza trasformare la vulnerabilità in un’etichetta

Particolare attenzione è stata dedicata anche al modo in cui vengono raccontati i minori e i giovani a rischio di devianza sociale.

In questi casi, il rischio di una rappresentazione stigmatizzante può essere particolarmente forte. Un giovane coinvolto in una situazione di marginalità, in un procedimento giudiziario o in un percorso educativo non dovrebbe essere definito esclusivamente attraverso quella circostanza.

Parlare di un “giovane delinquente” o di un “minore problematico”, ad esempio, può trasformare una situazione o un comportamento in un’identità apparentemente definitiva.

Un approccio più responsabile invita invece a distinguere la persona dal comportamento, descrivendo i fatti con precisione e prestando attenzione al contesto sociale, familiare ed educativo quando questo è rilevante e verificato.

Questo non significa giustificare comportamenti illegali o ignorare le responsabilità individuali. Significa evitare che il racconto giornalistico produca una seconda forma di etichettamento, capace di accompagnare una persona anche oltre l’episodio raccontato.

Stereotipi, pregiudizi e bias: riconoscere ciò che influenza il racconto

Un altro elemento fondamentale emerso durante il confronto riguarda i bias, cioè quei meccanismi cognitivi e culturali che possono influenzare il modo in cui interpretiamo informazioni e persone, spesso senza esserne pienamente consapevoli.

Nel racconto della criminalità, del carcere e delle marginalità sociali possono entrare in gioco numerosi stereotipi: l’associazione automatica tra carcere e pericolosità, tra giovane marginalizzato e devianza, oppure tra persona ex detenuta e rischio di recidiva.

Il problema non riguarda soltanto ciò che viene detto esplicitamente.

Un bias può emergere anche attraverso la selezione delle immagini, l’ordine delle informazioni, il titolo, la scelta delle dichiarazioni riportate o l’assenza di una determinata prospettiva.

Per questo, contrastare gli stereotipi richiede un lavoro che precede la pubblicazione della notizia.

Significa, ad esempio:

verificare i fatti, distinguendo dati e informazioni confermate da interpretazioni;

contestualizzare, evitando di presentare un singolo episodio come rappresentativo di un’intera categoria;

utilizzare un linguaggio preciso, soprattutto quando si parla di procedimenti giudiziari, condanne e responsabilità;

evitare generalizzazioni, perché l’esperienza di una persona non può automaticamente rappresentare quella di tutte le persone detenute o ex detenute;

prestare attenzione alle immagini, evitando fotografie utilizzate semplicemente per evocare paura, pericolo o marginalità;

dare spazio alla complessità, quando questa è rilevante per comprendere la storia raccontata.

Il confronto con i relatori

Questi temi sono stati approfonditi attraverso gli interventi di Alessandro Masella, giurista e autore, con una precedente esperienza in Liberi dentro – Eduradio&TV e impegnato anche in percorsi a sostegno dei giovani in uscita dal carcere minorile, e Ilaria Cecchinato, giornalista pubblicista specializzata in temi sociali, diritti e politica culturale e parte della redazione di Liberi dentro – Eduradio&TV.

I loro interventi hanno permesso di portare nel confronto esperienze e prospettive differenti, ponendo l’attenzione sul ruolo concreto di chi fa informazione nel momento in cui sceglie come raccontare una persona, una vicenda giudiziaria o un percorso di reinserimento.

Dal linguaggio giornalistico alla scelta delle immagini, dalla costruzione dei titoli alla necessità di fornire un contesto adeguato, il confronto ha evidenziato come anche scelte apparentemente semplici possano contribuire a rafforzare oppure a mettere in discussione stereotipi e pregiudizi.

Particolare attenzione è stata dedicata alla rappresentazione delle persone detenute ed ex detenute e dei minori a rischio di devianza, sottolineando l’importanza di non trasformare una condizione di vulnerabilità, un comportamento o un episodio giudiziario in un’identità permanente.

All’incontro ha inoltre presenziato Laura Garcia, professoressa associata dell’Università di Bologna, che ha partecipato al confronto insieme ai relatori, contribuendo alla riflessione sui temi dell’informazione, della rappresentazione e della responsabilità nella narrazione di persone e gruppi socialmente vulnerabili.

La presenza di professionalità provenienti dal mondo giornalistico, giuridico e accademico ha permesso di sviluppare una discussione articolata sul rapporto tra informazione, etica, responsabilità e inclusione sociale.

Informare senza cancellare la responsabilità

Uno dei punti più importanti emersi dal confronto è che un giornalismo attento agli stereotipi non è un giornalismo che rinuncia a raccontare la realtà.

La responsabilità dell’informazione non consiste nel rendere una storia necessariamente positiva, né nell’eliminare gli aspetti problematici di una vicenda.

Consiste nel mantenere una distinzione fondamentale: raccontare ciò che una persona ha fatto non equivale a definire ciò che una persona è.

Questo principio è particolarmente importante quando si parla di percorsi di reinserimento sociale. Una persona che ha terminato un periodo di detenzione può essere contemporaneamente responsabile delle proprie azioni e impegnata in un percorso di cambiamento.

Raccontare entrambe le dimensioni permette di evitare sia la stigmatizzazione sia una rappresentazione eccessivamente semplificata della realtà.

Il ruolo del giornalismo nei percorsi di reinserimento

Il modo in cui una persona viene rappresentata nello spazio pubblico può avere conseguenze che vanno oltre la singola notizia.

Quando il racconto mediatico presenta sistematicamente le persone ex detenute attraverso una sola caratteristica, può contribuire a rafforzare una percezione sociale negativa nei loro confronti.

Al contrario, un’informazione più consapevole può contribuire a mostrare anche i percorsi di formazione, lavoro, educazione e reinserimento, quando questi fanno parte della storia e sono rilevanti per comprenderla.

Il giornalismo non ha il compito di costruire narrazioni artificialmente positive. Ha però la responsabilità di non cancellare dal racconto gli elementi che permettono al pubblico di comprendere una persona nella sua complessità.

Dal progetto INSIGHT a nuovi standard per l’informazione

È in questa prospettiva che si inserisce il progetto INSIGHT, nato per promuovere nuovi standard nel giornalismo e nella comunicazione dedicati alla rappresentazione delle persone detenute ed ex detenute.

L’obiettivo non è soltanto sensibilizzare chi produce informazione, ma favorire una riflessione più ampia sulle modalità con cui i media contribuiscono alla costruzione dell’immaginario collettivo intorno a carcere, criminalità e giustizia.

L’incontro di Bologna ha quindi rappresentato un’occasione per trasformare una domanda apparentemente semplice — “come raccontiamo?” — in una riflessione più profonda: quali effetti può avere il nostro modo di raccontare?

Perché non esiste uno sguardo completamente neutrale. Esistono però strumenti, competenze e pratiche che possono aiutare chi comunica a riconoscere i propri bias, verificare le proprie scelte e costruire narrazioni più accurate, rispettose e consapevoli.

Raccontare il carcere, le persone ex detenute e i giovani in situazioni di vulnerabilità significa quindi anche assumersi una responsabilità: non lasciare che una persona venga definita per sempre dalla categoria alla quale è stata associata o da un singolo episodio della sua vita.

Ed è proprio da questa consapevolezza che può partire un’informazione capace non soltanto di descrivere la realtà, ma di contribuire a una società più informata e meno condizionata da stereotipi, pregiudizi e bias.

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