Dagli occhi di un siriano: il volontariato di Giuseppe

Il nostro volontario Giuseppe Riccardi è stato a Gaziantep grazie al progetto “EU for Us“, co-finanziato dal programma Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea e supportato dall’Agenzia Nazionale per i Giovani.

 

Nei suoi mesi di volontariato, ha sviluppato diverse iniziative, laboratori per favorire l’inclusione dei giovani siriani nella comunità locale nonché creare attività per la gente del posto favorendo crescita, senso di iniziativa e interculturalità.

 

Tra le diverse iniziative, Giuseppe ha pensato e sviluppato quello che è il suo progetto personale: la tesi sull’esperienza a Gaziantep in cui ha inserito una raccolta di fotografie scattate da un rifugiato siriano a cui ha chiesto di ritrarre ciò che più rappresentasse, secondo il suo punto di vista, la città vista dagli occhi di un siriano.

 

Qui di seguito una selezione della raccolta.

1st month in Sivas

More than one month here in Sivas is gone and I think: fortunately, I still have about 4 months left.

When I arrived on the 2nd of January, I was both excited and a little bit scared: only 2 weeks before leaving I graduated and I was going to start my new year in a new country, whose language and culture were almost totally unknown to me.

But as soon as I arrived, everyone in association and every person I met have been extremely kind to me: they welcomed me warmly, helping me to settle in the best way and making me feel at home. And when sometimes I feel sorry for all their attentions, they just answer “that’s what friends do”; so, I realize I have found great friends here.


Sometimes it’s not easy to communicate with everyone: unfortunately, there’s a considerable lack of English speaking in Turkey, in fact many young people complain that at school they focus on grammar rules, but they don’t learn speaking English. There’s the same problem in Italy among young people. That’s why I realize what a great opportunity this association is giving to them: for free, they can join speaking clubs, English courses and meet foreign volunteers, like me. I try to involve them in little chatting, even if I can see that most of them are maybe shy, maybe afraid and so they just let someone else to translate for them. Nevertheless, I can see they’re making efforts and sometimes a smile or a hug are enough to communicate. Universal language: that’s amazing.

Once a week, I also go to a high school where I’m English assistant: I see that’s a great opportunity for those teenagers, because they understand that English is actually necessary to speak with foreign people. I really enjoy these lessons because students are funny and enthusiastic. Furthermore, I give Italian lesson once a week and I’m really satisfied of this: guys really want to learn Italian, they learn quick and they appreciate my teaching.

On the other hand, I am also learning Turkish: a volunteer gives me lessons and also other people try to teach me words and sentences. Unfortunately, every time people ask me if I speak Turkish, I answer “biras biras” (little little), but actually it’s really little my knowledge of Turkish. But I still have time to improve it!


Therefore, for the moment I especially work on language courses or language skills of young people here, and that’s something I really like, since I’ve studied languages. So, I think it’s a great opportunity for me to learn how to deal with a class and to develop my public speaking skills.

I look forward to starting the other social activities we’re going to do as soon as the weather will be better, but I’m also glad to have free time to spend with my friends here, having meetings together, or going to listen live music, or just going some restaurants or cafés. I am discovering Sivas and I like it: despite the cold and snowy weather, there are many places to go, many activities to do, and you can go by walk almost everywhere.


I’m also lucky because I’m having the time to visit and see also other places in Turkey: I already visited Samsun, Kapadokia and I will go to Istanbul in the end of the month. I enjoy discovering the differences between landscapes, food and services; so, I still have many other destinations in my mind to visit

Therefore, I am having great time here in Sivas. I think I am really lucky to have joined this project.
Fortunately, I still have about 4 months left!

 

Jerica Belen

Tra mondi diversi: la Gaziantep di Laura

Laura è la nostra volontaria a Gaziantep presso il progetto “EU for us” co-finanziato dal Programma del Corpo Europeo di Solidarietà dell’Unione Europea.

Cos’è un confine, cos’è una frontiera, ho avuto modo di riflettere molto sul significato di questo concetto nei tre mesi ormai passati qui a Gaziantep. Dov’è che si trova questa città? Una delle prime cose che ho fatto quando ho cercato informazioni su questo progetto è stata andare su Google Maps e calcolare la distanza dalla frontiera con la Siria e quella da Aleppo, che si trova poco più a sud, più vicina di tante altre città turche: sulla stessa schermata della mappa di Gaziantep tanti nomi di città note tramite cronache di guerra. Cosa dovevo fare?

Ero spaventata ma allo stesso tempo questa stessa paura mi spingeva a saperne di più e a fiondarmi un po’ incoscientemente in un progetto così lungo -7 mesi- e in una zona così critica. Ma avevo bisogno di partire, dopo la cerimonia di laurea triennale a luglio avevo iniziato a girovagare per vari siti di opportunità europee, presa dalla confusione totale sul mio futuro: sapevo solo che volevo fare qualcosa di bello, di diverso, magari più pratico di tutto ciò che avevo fatto prima, magari in Turchia, che, insieme al mondo arabo, è da qualche anno il mio focus di studio.

Circa tre settimane dopo un incosciente “sì”, sono scesa dall’aereo e sono stata colpita da questo caldo secco di Anatolia, in una domenica sera ricca di aspettative. Io e gli altri ragazzi partiti con me siamo stati accolti dallo staff e dai volontari di Geged in questo stesso patio da cui sto scrivendo, con un tavolo di legno e il pergolato di vite che vi si offre al di sopra…e pure queste sedie semirotte alla fine hanno un che di poetico, anche se devi davvero avere fortuna a scegliere quella che non ti farà cadere per terra o le cui viti scoperte non creeranno uno strappo nei pantaloni ad altezza schienale. Ma una piccola percentuale di rischio fa parte del gioco, no?

sdr

Quella prima sera la città si è presentata già semiaddormentata, con serrande chiuse e luci fioche che non rivelavano i colori vibranti e chiassosi delle insegne né i vari toni di grigi degli edifici non imbiancati, che avrei scoperto i giorni e le settimane seguenti: colore e non-colore, caos e silenzio sono solo due delle tante rappresentazioni dell’essenza multiforme e sfaccettata di questo posto.

Infatti, in ogni angolo di questa città si può inspirare la compresenza di persone e realtà diverse che hanno convissuto in quest’area sin da tempi remoti e di quelle che l’hanno abitata più recentemente, valicando questo famigerato confine. Per questa ragione, Gaziantep ha infinite storie da raccontare e le condivide con te parlando in diverse lingue, alcune delle quali formate da parole e altre composte più semplicemente di gesti e abitudini; alcune che conosci e altre che ti appaiono impossibili da decifrare.

La prima settimana è servita appunto per i vari giri di ricognizione, per imparare ad orientarsi tra i posti, conoscere e riconoscere le persone e le varie attività che Geged svolge, che sono davvero tante. La maggior parte di queste attività ha come focus principale l’insegnamento dell’inglese secondo metodi informali e che definirei “amichevoli”. Ovviamente i metodi cambiano a seconda dell’età degli studenti e del loro livello: si varia da bambini delle scuole elementari a giovani adulti che studiano o che sono già inseriti nel mondo del lavoro (o che ambiscono ad entrarvi, ma sono ancora disoccupati). Generalmente vivono tutti stabilmente in città, turchi o siriani che siano.

Il “contenitore” principale è sì l’insegnamento dell’inglese, ma le situazioni cambiano decisamente l’una dall’altra: alcuni sono ragazzi coetanei a noi volontari, che sanno esprimersi quasi perfettamente e con cui è facile comunicare e parlare di qualsiasi argomento durante le pause dalle lezioni oppure bevendosi un çay (tè turco-aspettatevi di consumarne almeno due al giorno) dopo la lezione.

Altro discorso è quando entri in un’aula e al tuo “Hello” solo in due o tre rispondono e allora va bene, iniziamo da “What’s your name?” scritto bene in caratteri cubitali alla lavagna: lì speri che tutto andrà bene, in fondo insegnare le basi della lingua dovrebbe essere facile, no? Eh no. Perché poi ti rendi conto che una delle ragazze non guarda la lavagna ma chiede alle amiche cosa deve dire: perché? È scritto male, è troppo piccolo? La lavagna è troppo lontana?

_Non so leggere. _

Me lo dice in arabo: non sa leggere l’alfabeto latino, non ancora. Lo stanno imparando con il turco, non sono arrivate qui da molto tempo, ci stanno lavorando, sì, ma sono solo all’inizio.

Ero anche qui spaventata, non mi sentivo all’altezza del compito: chi sono io per affrontare una cosa del genere, per prendermi la responsabilità dell’apprendimento di ragazze così piccole, praticamente bambine?

Però, d’altronde, siamo la loro scelta migliore. Se non ci provo io che ne ho la possibilità, quante sono le probabilità che imparino anche solo qualche parolina, altrimenti?

Quante cose diamo per scontate? Quanto siamo fortunati, ricchi, sereni e spensierati, non ce ne rendiamo neppure conto: consapevolezza, questo sto imparando qui a Gaziantep.

È stata una sfida, lo è tuttora, è una sfida andare a lezione e ripetere la stessa cosa mille volte, comunicare un po’ a parole un po’ a gesti, cercare di farle stare attente spesso senza ottenere molto se non due risicati minuti di silenzio, finendo per terminare le lezioni priva di voce ed energia… Ma poi un giorno, uscendo dall’aula due/tre ragazze un po’ di corsa mi hanno salutato con un “Bye bye teacher, I love you”. Scioccata: sono tornata a casa con un sorriso fino alle orecchie. Probabilmente l’hanno detto un po’ per dire, perché l’hanno sentito dire in qualche film o canzone, ma non importa: l’affetto e la gratitudine che ti danno, anche se espressa a fatica e spesso in modo implicito, è impagabile. Nonostante i rimproveri e certe giornate più difficili ho l’impressione di essere io la beneficiaria del volontariato, quella a ricevere qualcosa da loro, molto più grande di quello che ricevono loro con le mie lezioni.

E comunque qui, tra volontari europei e locali, non si è mai soli di fronte alle difficoltà né di fronte ai piccoli successi. Una delle prime cose di cui mi sono resa conto a pochi giorni dal mio arrivo è che questa realtà è soprattutto plurale: si parla di noi, noi volontari di Geged, la nostra organizzazione, le nostre attività, i nostri problemi e le nostre soluzioni. Per me, abituata all’individualismo e alla competizione imposti un po’ dal mondo dell’università e un po’ da me stessa nelle mie precedenti esperienze, è una dimensione totalmente nuova: è qui che ho imparato a cucinare per più di 5 persone, ad avere sempre la casa piena di gente – al pranzo di Natale eravamo in 22! Ho imparato ad accogliere i nuovi volontari che arrivano anche solo per un mese, vivere nella stessa casa in 10, 15 persone per quel breve, brevissimo “short term”, parlare fino a tardi in mille lingue diverse, lavorare in gruppo, fare un passo indietro e capire le esigenze e differenze altrui, condividere esperienze, pezzi di pane, debolezze, risate… e poi anche avere la forza di sentirsi svuotati nel dire “a presto” quando ripartono, salutarli in ciabatte sulla porta di quella che è diventata casa, consapevoli di avere, da quel momento, un’altra casa in Spagna, Romania, Portogallo…Siria.

In quest’esperienza è con due realtà diverse che si impara a convivere: Geged stessa e Gaziantep, diversissime ma simili per l’eterogeneità di storie e origini delle persone che ci vivono.

Ciò che vorrei fare qui è capire questa apparentemente confusa commistione, le cui diversità e conflitti sembrano in qualche modo convergere in una caotica armonia che odora di spezie, pistacchi, caffè e torte preparate alle 2 di notte in cucina comune e risuona come il metallo che batte contro altro metallo per formare i mille oggetti esposti al çarşı, il mercato antico del centro storico.

 

Laura Zamagni

Il resoconto di Federico sul suo progetto Youthquake in Turchia

Federico è un volontario europeo del progetto Youthquake, co-finanziato dal Programma Erasmus+ della Commissione europea.
Le associazioni coinvolte sono l’associazione di coordinamento ARCS Arci Culture Solidali, l’associazione di ospitalità Gaziantep Eğitim Ve Gençlik e quella di invio Scambieuropei.


Ormai mancano tre settimane alla mia partenza, tutto è strano e il tempo scorre veloce, si assapora un po’ di nostalgia per tutte le esperienze trascorse, per i compagni di viaggio che lasciamo andare e per l’ambiente avvolgente di questo magnifico e intricato paese.

Sono rimasto l’unico del gruppo precedente con cui sono partito, sembra di essere un sopravvissuto, rimasto intatto da una guerra. La mancanza del gruppo precedente è notevole, eravamo diventati una famiglia, e spero che per tutti gli altri progetti SVE possa succedere la stessa cosa, è la cosa più bella che possa capitare, fa passare bene i mesi che si trascorrono all’estero, e riesce a far soprassedere alle difficoltà che si possono incontrare.

I profumi dei cibi e di questa terra rimarranno sempre con me, l’accoglienza e l’ospitalità dei Turchi è una cosa veramente sconvolgente. Porterò a casa un bellissimo ricordo e una bella esperienza. Questo cambio di paese, da modo di pensare e di crescere interiormente, nonostante le attività, e non è cosa da poco. Ho visto me e i miei compagni cambiare con me, crescere, e migliorare se stessi, perdere i loro difetti. E’ una cosa stupenda!!

I paesaggi e i luoghi da visitare sono avvolgenti e appaganti nel profondo dell’anima. La Turchia è veramente una terra tra due mondi e io le ho viste entrambe, queste facce a volte discostanti, ma piene di forza, di energia, di sapore.

Le mie abilità non sono migliorate particolarmente attraverso le attività e il mio livello di inglese è sempre molto scarso, anche a causa del fatto che è pieno di italiani nel nostro progetto. Ma forse lo SVE non serve a questo, serve a relazionarsi, costruire qualcosa insieme e imparare qualcosa per se stessi. Sicuramente è un’esperienza che consiglio a tutti e spero che possa essere avvolgente come la mia.
Si scoprono tante cose su gli altri paesi e sul paese ospitante che è difficile racchiuderli per iscritto in una breve lettera, ci vorrebbero giorni…


La Turchia è una terra che si insinua dentro di te pian piano e alla fine non puoi che amarla, nonostante tutti i problemi e la situazione politica. La Turchia istituzionale è molta diversa dalla realtà del paese, ma questo forse succede per ogni nazione.

A breve verrà altra gente che non vedrò, e ancora altra gli succederà, quante storie ne verranno fuori che sarebbe bello raccontare. Raccontare la vita di queste persone. Perchè sono venute qui? E cosa cercano? Si possono scoprire tante cose con questa esperienza.

Ammetto che ci siano problemi con la lingua e con i trasporti e a volte non se ne viene a capo, ma c’è l’esperienza vissuta sulla propria pelle che è altrettanto importante. Ci sono le mangiate in compagnia, le bevute di cay in una bellissima caffetteria tipica e antichissima, accompagnate dal piacevole fumo dolce del narghilè al profumo di mela e limone, i balli e canti tradizionali che durano per intere ore, la generosità di gente che ti offre cibo e bevande senza voler nulla in cambio, la disponibilità di persone che lasciano il loro lavoro o spendono il loro tempo libero per aiutarti, e poi c’è l’imponente passato glorioso di questo paese meraviglioso.

Dentro il nostro piccolo forte, che sarà la nostra casa per i mesi avvenire, si formano amicizie, amori, si stringono relazioni, ci si confronta, si crea un tessuto sociale che replica in piccolo le dinamiche e i ruoli di una società globale e istituzionalizzata. Si vive tutto tantissimo. Geged House diventa un posto senza tempo, appagante e dinamico, sempre pieno di energia, un luogo dove stare sicuri, in pace con se stessi. Tutto il tempo si trascorre assieme. E dopo poco, non ne puoi più fare a meno. Diventa parte di te, assieme alle persone che ci stanno dentro, è una sensazione veramente sconvolgente. Questa è una delle parti più belle di questo progetto. La condivisione, le persone, i ricordi, le esperienze. Sospesi in una bolla di irrealtà piena di entusiasmo.

“Ama e cambia il mondo” – Lo SVE di Silvia

Silvia è andata in Turchia presso l’organizzazione Egitim Programlari ve Evrensel ve Kültürel Aktiviteler Dernegi – EPEKA. Ci lascia il suo racconto in un fantastico articolo.

 

La frase “Ama e cambia il mondo” tratta dello spettacolo musicale francese di Gérard Presgurvic ispirato a una delle opere più famose di William Shakespeare esprime chiaramente la ragione per cui viaggio. Sognare di migliorare il mondo e lottare affinché ciò si avveri è lo scopo che mi spinge verso la meta. Fisso un obiettivo e lo perseguo, dovessi andare fino in capo al mondo per raggiungerlo. Questa volta mi sono spinta poco fuori dai confini dell’UE, fino in Turchia.

Perché proprio lì? In realtà è stata la Turchia a scegliere me. Cercavo un progetto artistico da sviluppare insieme a persone con disabilità, per studiare in che modalità l’arte può essere d’aiuto per agevolare la loro inclusione sociale, superare le barriere, sviluppare nuove capacità e sviluppare le loro abilità cognitivo-manuali, ove possibile. Setacciando il mondo in lungo e in largo tramite il web è emerso il nome di Epeka, un’associazione che opera a Sinop, piccola località turca affacciata sul Mar Nero. Dopo essermi documentata sul progetto che Epeka proponeva e un’attenta valutazione dei pro e i contro, ho concluso che nessuna barriera, sia linguistica, geografica o politica, mi avrebbero dissuaso dal raggiungimento del mio obiettivo. La Turchia mi stava dando la possibilità di realizzare ciò che avevo in mente e io ho colto l’occasione al volo. Ho aderito al progetto “Come as you are” – titolo persuasivo-, un EVS short term di 2 mesi siglato Erasmus Plus, proposto da Epeka in collaborazione con l’associzione Scambieuropei, rivolto a giovani fino ai 30 anni.

Fiore all’occhiello della Turchia, per bellezze paesaggistiche e culturali, Sinop è stata la mia casa per 2 mesi e continua ad esserlo tutt’oggi nel cuore e nella testa. Non c’è stato giorno in cui non avessi voglia di
camminare in riva al mare o nella strade del centro, fra palme e luci, pescherecci e scogli, musica e odori
turchi. Sinop è un fermento di tutte queste cose, è una città vivace e dinamica capace di dare nuovi stimoli a tutti coloro che sanno coglierli. Quest’anno Sinop è stata protagonista nell’ambito artistico locale con Sinopale, biennale d’arte internazionale che riesce a coinvolgere diverse personalità del settore per lavorare in sinergia con la popolazione locale.

Durante la mia esperienza non sono mancane le gite fuoriporta, nella campagna circostante e nelle
principali città vicine. Con i membri di Epeka e nuovi amici conosciuti in loco, ho trascorso piacevoli
soggiorni nelle affascinanti città turche di Samsun, Ankara e Istanbul. Mete d’obbligo per chiunque voglia conoscere la Turchia, queste ultime due restituiscono al visitatore un quadro completo della condizione turca, sotto ogni aspetto.

Situata nell’Anatolia centrale, Ankara è capitale e città più popolosa della Turchia dopo Istanbul. Sede delle parlamento turco, del governo e delle rappresentanze diplomatiche straniere, ha un aspetto moderno e frenetico. Come in qualsiasi altra grande capitale, in Ankara il visitatore può avere la sensazione di essere al centro del mondo. Le tappe principali sono state il Castello di Ankara seguito da una visita alla città vecchia, e l’Anıtkabir, il mausoleo di Mustafa Kemal Atatürk.

Diversa invece la sensazione che lascia Istanbul: cuore pulsante dell’industria, della finanza e della cultura turca, nonché principale attrazione turistica, è una megalopoli portuale situata nella parte nord-ovest del paese ed è attraversata dalle acque del Bosforo che divide la parte europea (Tracia) da quella asiatica (Anatolia). Qual è la parte migliore? Naturalmente la risposta è strettamente soggettiva. Tutt’oggi io non so decidermi perché hanno entrambe molte cose, tutte molte singolari.

Tirando le somme alla fine dell’esperienza, la Turchia mi ha nutrito sotto diverse aspetti: culturalmente, soggettivamente, artisticamente e, perché no, anche fisicamente, visto che si mangia da Dio. Pardon, da Allah, perché non bisogna dimenticare di essere in un contesto socio-culturale prevalentemente islamico, eppur molto occidentalizzato.

Sono tornata a casa a mani piene, soddisfatta di me stessa e del lavoro svolto, conclusosi con risultati
positivi nella vita delle persone coinvolte, compresa la mia. Posso concludere affermando che la Turchia e io ci siamo arricchite a vicenda, divenendo ottime partner l’una per l’altra.

Silvia Calvi

Mayday, salviamo le tartarughe!

Simone ci racconta la sua esperienza SVE in Turchia.

 

Da Maggio a Luglio 2017 mi sono applicato ad un progetto EVS in Turchia chiamato “ALL 4 ENVIRONMENT”.
Si è svolto a Kazanli, un paese della provincia di Mersin, che si affaccia sul Mediterraneo.
Gli obbiettivi di questo progetto erano la cura e la salvaguardia dell’ambiente costiero-marino, in particolare di due specie di tartarughe: Chelonia Mydas (tartaruga verde) e Caretta-caretta.
Per raggiungere questo obbiettivo “3rd Eye Association of Mediterrenean” (Host organisation) si propone di propagandare una maggiore cultura ambientale con l’appoggio dell’università di Mersin, dell’European Voluntary Service, la mia Sending organisation e la comunità locale.
Il mio forte interesse per materie come la biologia e l’ecologia mi ha portato a parteciparvi.

Adulto di Tartaruga Verde (Chelonia Mydas); specie cosmopolita, inserita nella lista degli animali in via d’estinzione a seguito di una forte diminuzione del numero d’individui negli ultimi anni.

 

Si potrebbe essere portati a pensare nulla di difficile o incredibile fino a qui…
Vorrei però spostare la lente d’ingrandimento sul lavoro svolto dal sottoscritto e dagli altri volontari, 16 in tutto, durato due mesi a diretto contatto con l’ambiente e la natura.
Abbiamo partecipato ad attività giornaliere come la pulizia dei nidi e della costa: guanti, cappello e sacchi di plastica sono stati i nostri principali attrezzi per due o tre ore ogni giorno, che passavamo, di fatto, a raccogliere spazzatura portata dalla corrente marina (conseguenza del forte traffico
d’imbarcazioni a largo della costa).
L’obbiettivo di quest’azioni è di creare un ambiente più pulito e di tutelare i cuccioli di tartaruga negli istanti successivi alla nascita, quando devono raggiungere il mare dal nido di sabbia.
Questi sono molto piccoli (misurano circa 5-7 cm nei primi giorni di vita), pertanto la presenza di rifiuti sulla spiaggia può essere un pericolo; possono finire in bottiglie, latte o altro e restarne intrappolati. Sebbene averli visti nascere e portarli fino al loro habitat naturale è stata un emozione indescrivibile.

cuccioli di Chelonia Mydas (sinistra) e Caretta-caretta (destra)

La notte invece eravamo concentrati nella salvaguardia delle tartarughe adulte che, uscendo dall’acqua per deporre le uova, erano più soggette all’attacco di cani randagi (si dica qui per iscritto, erano tanti!).
Con torce a lungo raggio d’illuminazione ci spostavamo lungo 3 km di costa per assicurarci che niente e nessuno stesse disturbando i giganti marini. Non sono mancati i momenti in cui ci fermavamo ad analizzare gli adulti delle due specie di tartarughe marine, durante l’atto di ovoposizione.

Sebbene riconosco le difficoltà che possono esserci state in quest’esperienza, tra orari di lavoro che hanno cambiato la routine quotidiana e qualche attrito all’interno del gruppo (si, in due mesi passati insieme a volte si litiga anche), l’esito del progetto è stato positivo. Ho avuto, infatti, la possibilità di
conoscere nuove persone con culture e tradizioni diverse dalle mie. Non sono quindi mancati anche i momenti di tempo libero che abbiamo trascorso tra falò sulla spiaggia, sport, serate culturali, escursioni e altro ancora.
Durante il progetto abbiamo anche avuto possibilità extra-ordinarie, promovendo tramite flashmobe e meeting con la popolazione turca l’importanza di conservare un ecosistema già precario. L’utilizzo dei socia network e di lezioni teorico e pratiche, riguardanti la vita delle tartarughe marine e la possibilità d’imparare il turco per le relazioni locali, sono stati ugualmente affascinanti e decisive.

escursione in un canyon a Silifke, nel distretto di Mersin

Verso la fine ci siamo più concentrati a terminare i nostri incarichi quotidiani ed a sviluppare un resoconto della nostra esperienza. Vorrei concludere esprimendo il mio personale giudizio dell’attività: nella mia vita ho partecipato a diverse esperienze di volontariato, nella suddetta ho però trovato la presenza di un forte carattere innovativo inerente all’interculturalità della stessa.
Una possibilità unica, in poche parole, che ti consente non solo di arricchire un luogo con il tuo contributo, ma che arricchisce te stesso. Se diversità è sinonimo di ricchezza, a Mersin ho avuto l’opportunità di apprezzare le diversità culturali legate al territorio e alla tradizione dei miei colleghi.
Non avevo incredibili aspettative, ma di sicuro sono ora migliorato personalmente e professionalmente.

 

Qualche foto sul progetto di scambio culturale a Sivas, in Turchia: “Reading the biggest privilege”

 

Si è concluso lo scambio culturale in Turchia, a Sivas, “Reading the biggest privilege”, al quale vi hanno partecipato 4 volontari italiani con l’Associazione Scambieuropei. I principali obiettivi del progetto sono stati di far comprendere ai 32 giovani partecipanti, provenienti da 5 paesi dell’UE, l’importanza dell’abitudine alla lettura. Si è cercato inoltre di far capire quanto la lettura sia importante per l’apprendimento dei giovani e per il supporto dell’integrazione sociale.

 

Elena, una delle partecipanti italiane, ha voluto condividere con noi qualche foto, per raccontare in immagini il bellissimo scambio culturale.

 

murales

murales 2

incontro con l'imam

danze romene

Gruppo

 

Ringraziamo nuovamente Elena per averci inviato queste splendide foto!

 

Notizie dallo SVE a Bodrum, Turchia: i volontari presentano l’Erasmus+ in scuole turche

Oggi condividiamo con voi un aggiornamento inviatoci dai volontari italiani del progetto SVE a Bodrum, in Turchia, “Think One Think Twice Think Dance” sul tema della danza e la mobilità giovanile, all’interno del programma Erasmus+. In queste parole i volontari raccontano della loro esperienza nelle classi turche, a tema Erasmus+.

 

ArticoloEVS_Agnese_Bodrum_001

 

Nei primi giorni di maggio, i 32 volontari EVS del progetto Think One ­ Think Twice ­ Think Dance (Bodrum, Turkiye), accompagnati da alcuni volontari turchi, hanno visitato le scuole superiori di Bodrum con l’intento di condividere con gli studenti le opportunità che il programma Erasmus+ offre. I volontari sono stati accolti con grande attenzione ed entusiasmo e l’atmosfera è stata accogliente in ogni classe, gli studenti sono stati molto recettivi e operativi nel facilitare l’incontro. Gli sforzi dei volontari nel parlare nella lingua nativa degli studenti nonostante la limitata conoscenza del turco sono stati apprezzati con entusiasmo e addirittura applausi dalle classi.

 

La maggior parte dei teenager conosceva già l’esistenza dell’Erasmus+ e si sono mostrati particolarmente interessanti all’opportunità di viaggiare e studiare all’estero, imparare nuove culture senza doversi preoccupare di costi significativi. La genuina curiosità degli studenti turchi ha riempito i volontari EVS di positività e speranza che questi giovani studenti abbiano nel futuro la stessa fortuna di fare un’esperienza simile a quella che stanno facendo loro.

 

I volontari hanno riportato di aver trovato una “luce” particolare negli occhi degli studenti che li ha ricaricati emotivamente: i volontari hanno ricevuto tanta energia positiva e sorrisi, si sono sentiti benvoluti e apprezzati e non è stato semplice andarsene dalle classi. L’esperienza portata a casa è una di quelle “lezioni” che solo una comunicazione interculturale di questo tipo può dare.

 

 

Ringraziamo nuovamente i volontari per aver condiviso con noi queste bellissime e interessanti parole, piene di speranza e positività. Grazie.